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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


13 gennaio 2006

Chiamati a vivere in pienezza

15 gen 2006: 2^ domenica del tempo ordinario 

Dal vangelo secondo Giovanni

(Gv 1, 35-42)
II giorno dopo Giovanni [il battista] stava ancora là con due dei suoi disce­poli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
   Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa mae­stro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete».
   Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuoi dire Pietro)».

Omelia

Quando parliamo di vocazione, normalmente pensiamo ai preti ed alle suore. Ci dimentichiamo invece che il Nuovo Testamento chiama l’assemblea celebrante ekklesìa (da cui la parola chiesa). Ed ekklesìa deriva dal verbo enkaléo : chiamare ad una convocazione, convocare. Noi cristiani siamo dei chiamati.
   Ma chiamate ne abbiamo anche alle spalle, ad una profondità sempre maggiore. C’è una chiamata profonda, grande, per tutti, quella alla vita, come donne o come uomini. Ed è una chiamata a cui il cristiano non può rinunciare, perché perderebbe la parte fondamentale ed integrante della sua identità di fede. Nel progetto divino esiste un compito per coloro che sono donne, un compito per coloro che sono uomini; e non è che uno possa fare le cose degli altri. Per noi credenti curare questo aspetto della nostra umanità, che è la base su cui si pianta tutto il resto, è un dovere fondamentale. Se sfogliate la storia della chiesa, non troverete nessun santo, nessuna santa, che siano per esempio persone grezze od ignoranti. Possono essere persone non diplomate, non laureate, ma sono persone che hanno coltivato il loro mondo interiore: la saggezza, l’equilibrio, la maturità umana. E’ su questo fondamento che poi Dio porge la realtà soprannaturale della vocazione alla fede.
  
Anche il credere è una chiamata che Dio offre a noi, e alla quale siamo liberi di rispondere o meno.
  
E all’interno di queste due nostre grandi chiamate, Dio ulteriormente chiama: chi alla vita del matrimonio, chi alla vita da singolo, chi alla vita di consacrato. Certamente questa non è una chiamata facile da decifrarsi; e spesso ci sono delle interferenze. Spesso sono quelle dei genitori, che pensano di interferire a fin di bene. Ma dobbiamo fare le cose a fin di bene o dobbiamo fare il bene, e basta? Se abbiamo occhi di profeta, il nostro tempo ci sta proprio insegnando questo: non si fa niente a fin di bene, si fa solo il bene. Molti genitori dovrebbero chiedersi se stanno facendo il bene del loro figlio, della loro figlia quando si pongono come ostacolo alla loro vocazione. “Ma proprio di quello lì dovevi innamorarti?” “Ma proprio tu devi farti prete?”. E’ un atteggiamento gretto, che nasce da una specie di senso di onnipotenza: quello di voler fare, della generazione che ci viene dietro, delle persone a nostra immagine e somiglianza.
  
Dunque da questa pagina di vangelo veniamo toccati anche come persone responsabili di altre: non dobbiamo interferire, ma solo accompagnare, aiutare, non condizionare.
  
Ed ora proviamo a scoprire alcune caratteristiche di questa chiamata, visto che ognuno di noi è stato chiamato e lo è tutt’oggi. Non pensiamo che la chiamata ci sia data una volta per tutte. Andiamo con la memoria al grande modello del chiamato biblico, Abramo. Dio dice: “Vattene dalla tua patria, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. E non gliela indica mentre lo sta chiamando. Abramo sarà costretto ad ascoltare ancora Dio e Dio sarà costretto a parlare ancora ad Abramo, fino a quando gli dirà: “Questa è la terra che ti ho promesso”.
  
E all’interno di quella realtà che è lo stato di vita, Dio chiama ancora. Può chiamarmi al cammino di una maggior profondità nel vivere la mia chiamata, ad una maturazione interiore; e allora ricordiamo che ogni chiamata che Dio propone non è per il bene suo ma per il bene nostro, per una crescita nostra, perché tutto ciò che è potenzialità e capacità nostra si manifesti e diventi modo per gioire di essere donne, di essere uomini.
  
Torniamo al testo biblico.
  
Gesù, se notate, non propone a scatola chiusa la chiamata, ma dice “Venite e vedrete”. Nel linguaggio evangelico il verbo vedere esprime il mondo dell’esperienza.
  
Siamo chiamati, ma Dio dà sempre delle chiamate aperte, che si chiariscono e si affinano vivendole. Sarà la vita, sarà l’esperienza con lui che ti affinerà; e ti renderà sempre più marito, sempre più moglie, sempre più capace di essere madre o padre, di essere suora, prete… E abbiamo schematizzato le vocazioni per poterne parlare, ma è chiaro che ognuno ha la sua personale chiamata, che a volte può essere fuori dagli schemi. Maria, vergine e madre, ebbe una vocazione anomala, solo sua. Spesso noi facciamo fatica a riconoscere come vocazione certe situazioni di vita più difficili: le abbiamo scelte magari trovandoci in un momento delicato, o ci siamo trovati dentro senza averle veramente scelte; ma in qualsiasi situazione ci troviamo, anche lì ci raggiunge la chiamata che ci invita a vivere quella situazione, a farla maturare, perché divenga occasione di realizzazione, di crescita.
  
C’è ancora un’altra caratteristica della vocazione, in questo testo: quando uno è contento di essere ciò che è, questa serenità, questo sentirsi al suo posto, diventa contagioso; è come se la sua vita diventasse un invito ad altre persone, perché scoprano in loro la stessa vocazione. Andrea, una volta entrato in contatto con Gesù, è convinto della sua scelta e va da Simon Pietro, e gli dice: “Guarda che abbiamo trovato il Messia”. La vocazione di Pietro nasce “per contagio”.
  
Allora proviamo a chiederci: se la giovane generazione guardasse a noi, guardasse le nostre coppie, tutte; guardasse i preti, tutti; guardasse le suore, tutte… si sentirebbe contagiata? Contagiata ad essere moglie, marito, single, suora, prete…
  
Probabilmente questo testo ci mette un po’ a disagio. Lasciamo che questo disagio entri in noi: probabilmente tu marito potresti amare in maniera più autentica tua moglie. E tu stesso ne saresti più contento. Probabilmente tu moglie potresti amare meglio, in profondità, con più delicatezza, il tuo uomo. E anche tu saresti più contenta. Tu suora, tu prete, tu single, potresti amare molto meglio la tua chiamata, in termini più evangelici, più autentici; ti sentiresti più realizzata, più realizzato.
  
Allora diventeremo come Andrea, come coloro che dicono agli altri: abbiamo incontrato il Signore. L’ho incontrato io, nella mia vita. E chi ci ascolta percepisce la nostra autenticità, è garantito che le nostre parole non sono un imbroglio ma una testimonianza. E, come Andrea, troveremo la forza di accompagnare queste persone, che sono figli della nostra autenticità e della nostra testimonianza. Ma fino a quando ci trasciniamo quasi per forza nel grigiore del quotidiano, senza l’entusiasmo della chiamata che Dio ha posto nel profondo del nostro cuore, senza gioire perché ci ha chiamato ad essere quello che siamo… che cosa trasmettiamo alla generazione successiva? Trasmettiamo quel qualunquismo e quell’amarezza di cui siamo contemporaneamente vittime e protagonisti.
  
Se oggi la parola di Dio ci ha scossi un poco, avremo motivo di pensare alle nostre chiamate; e scopriremo che sta in questa radice, la nostra realizzazione. E potremo dire “Beato il giorno in cui Dio mi ha chiamato. E beato il giorno in cui io ho potuto rispondere con autenticità”
  
In questo modo ci accorgiamo che la fede non occupa un settore della nostra vita, da dove la sfoderiamo al momento opportuno, alla sera per dire le preghiere o alla domenica per andare a Messa. Ma ci accorgiamo che la fede permea tutta la nostra esistenza. Non occupa posto; ma ci dà la possibilità di lavorare, di studiare, di divertirci, di educare… di vivere, come persone che sanno di avere una missione da compiere. E questa missione non è invasiva nei confronti degli altri, ma è realizzativa. Prima di tutto nei confronti di se stessi.




permalink | inviato da il 13/1/2006 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


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