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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


3 novembre 2006

Ascolta, per amare davvero!

5 nov. 2006 - 31ª domenica      del tempo ordinario (B)

Dal vangelo secondo Marco (Mc 12, 28-34)
   
In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «II primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comanda­mento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vai più di tutti gli olocàusti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

omelia
    Questo è un brano che ci fa bene ascoltare spesso; perché non c’è niente di più grande e contemporaneamente niente di più ambiguo di questo comandamento. Niente di più grande: se viene rettamente inteso, ci rende simili a Dio. Niente di più ambiguo: se viene inteso male, ci fa essere profondamente egoisti.
   
Non a caso, quando Gesù risponde alla domanda dello scriba, cita tutto il testo dell’Antico Testamento; non dice semplicemente “Amerai Dio, amerai il prossimo, amerai te stesso” ma dice prima di tutto “Ascolta”. Ascolta. Quando il Signore ci propone il massimo dei comandamenti, ci obbliga a passare attraverso una zona di introduzione, una specie di pronao, prima di entrare nel comandamento stesso.
   
Domenica scorsa abbiamo prestato attenzione a quella frase stranissima di Gesù detta al cieco di Gerico: “Che cosa vuoi che io ti faccia?” e abbiamo scoperto, dietro a quella frase che sembrerebbe banale, un’attenzione profonda alla persona. Oggi il tema si ripresenta sotto un altro profilo. E’ il tema dell’ascolto, che non indica semplicemente il tema dell’udire. L’ascolto è qualche cosa di più profondo, è qualche cosa attraverso la quale noi possiamo veramente, non fare ciò che ci piace, ma fare ciò che è il bene per l’altro, il bene per noi e il bene che Dio desidera.
   
Amare Dio comporta un rischio. C’è stato in passato qualcuno che ha detto: “Si ama Dio perché non si sa amare nessun altro. E allora ci si rifugia in questa specie di sogno, capace forse di dare tranquillità, ma non di costruire la persona”. Ma Gesù dice senza mezzi termini: “Se mi amate, osservate la mia parola” (cfr. per esempio Gv 15). Il discorso, nei confronti di Dio, è molto semplice: amare Dio significa saper ascoltare quella parola, saperla capir bene, non far dire a quella parola ciò che non ha mai voluto dire, ma capire esattamente qual è il suo messaggio, qual è il suo invito. Amare Dio non è dunque una questione di affetto; c’è anche questo, se Dio concede tale dono. Ma amare Dio significa saper ascoltare la sua parola, leggerla, confrontarsi con essa, capirla, diventare capaci di farla abitare dentro di sé. “Se le mie parole sono in voi, e voi in me, noi siamo una cosa sola” dice il Signore. Sono delle affermazioni che hanno poco di poetico, hanno molto dell’impegno. Un impegno che è anche fiducia, è anche abbandono, ma impegno resta sempre. Amare Dio dunque significa prendere la parola de Signore in mano, cominciare a leggerla - costa fatica - cominciare a confrontarsi. Certe cose si capiscono subito, altre si capiscono a metà, altre forse non si capiscono. Allora si chiede, ci s’informa, si disturbano i preti; i preti sono fatti per questo.
   
E amare il prossimo?
   
Che cosa vuoi che io ti faccia?”. In molti paesi del mondo, anche quelli che noi aiutiamo materialmente, non c’è più, o non c’è soltanto, l’emergenza fame e malattie; c’è l’emergenza cultura e pulizia politica. Anzi, spesso la prima carenza deriva dalla seconda. E’ questa la domanda, che viene sottolineata e fatta emergere ormai da più parti. Allora mandiamo pure riso e coperte, ma ricordiamo che c’è bisogno di qualcosa d’altro. Qualcosa che oggi forse scarseggia anche qui da noi… Se per davvero vogliamo bene al prossimo, dobbiamo avere questo senso di ascolto nei suoi confronti. Se vogliamo bene al bambino e il bambino ci chiede un birillo, non gli dobbiamo regalare un computer, anche se magari i videogiochi a noi sembrano molto più belli che un semplice birillino di legno. Ascoltiamo. Così nel dialogo affettivo tra marito e moglie; impariamo ad ascoltare. E ascoltare significa cercar di capire che voler bene all’altro significa voler bene come all’altro piace, e non come piace a te. Ecco un elemento di grossa ambiguità dietro alla parola “amare”.
   
Le scienze antropologiche oggi ci dicono che  nella persona non esistono misure diverse: una per se stessa, una per gli altri ed una per Dio. Esiste sempre uno stesso meccanismo di ascolto, uno stesso meccanismo di rispetto, uno stesso meccanismo per voler bene. Ciò significa che il nostro primo grande esercizio lo dobbiamo fare con noi. Dobbiamo imparare ad ascoltarci; il non ascoltarci significa porre le fondamenta di un fallimento nei rapporti con gli altri ed anche nei rapporti con Dio. Ascoltare significa “perder tempo” con se stessi, creare delle pause di silenzio; imparare a percepire quel sottile veleno che si chiama rancore, o risentimento, o spirito di vendetta, voglia di fargliela pagare. Ascoltati. E poi pulisciti. E impara ad ascoltare quel senso di serenità profonda dopo un perdono dato; quella serenità profonda di poter dire alla fine della giornata “Male non fare, paura non avere”. Impariamo ad ascoltare quella sicurezza, che non è presunzione, che ci viene quando abbiamo fatto il nostro dovere, fino in fondo, mentre gli altri ci dicevano “Ma chi te lo fa fare?”. Impariamo ad ascoltare questo. Quando avremo imparato ad avere attenzione per il nostro mondo interiore, ci accorgeremo di saper donare a noi stessi tutto quello che ci è necessario per essere persone equilibrate e mature.
   
Ed è da questo esercizio che poi nasce il rispetto, il perdono, l’aiuto nei confronti dell’altro. Perché prima di tutto avremo imparato ad ascoltarlo, come abbiamo ascoltato noi. E saremo fortificati in questo tipo di lavoro, perché abbiamo imparato ad ascoltare Dio, a non fargli dire ciò che ci piace, ma a diventare coppa aperta, dove Dio può versare la sua parola, il suo messaggio. Dove noi impariamo a dire: “Questo è ciò che penso io e questo è ciò che pensa lui”. Confrontiamoci. Molto spesso nelle nostre riflessioni, nei nostri discorsi, c’è una frase che è nello stesso tempo nobile e deleteria: “secondo me”. Quel “secondo me” dice che nessuno vuol imporre niente a nessuno; ma potrebbe anche nascondere la presunzione di dire “per me è così e non voglio che nessuno mi contraddica”. Mentre Dio spesso contraddice certe nostre mentalità. “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri…” (Isaia 55).
   
Imparare dunque a chiamare la parola amore con altri termini ci costa fatica, perché ci impegna. E’ molto più facile dire: “Signore, ti prometto di essere buono” perché vuol dire tutto e niente. Molto più difficile dire “Ti prometto di essere giusto” “ti prometto di essere sincero” “ti prometto di essere uomo che perdona”. E’ facile dire “amare Dio, amare il prossimo, amare se stessi”; proviamo a tradurlo. Con la parola perdono, per esempio. Amare significa perdonare il prossimo. E anche avere questo senso di perdono verso se stessi. Significa capire, prima di giudicare; capire noi stessi, prima di giudicarci, come capire l’altro, prima di giudicarlo. Significa anche donare; e Gesù ci ha avvertito: “Non invitare a cena chi può a sua volta ri-invitarti a cena, perché altrimenti, tra te e un pagano, che differenza fa? Invita coloro che non possono restituirti l’invito”: amare significa donare. E donare significa dare, partendo fin da principio con questa chiarezza: se non c’è neanche il grazie di ritorno, mi va bene lo stesso, perché io ho scelto di donare e basta.
   
E’ un atteggiamento di pulizia mentale, e insieme la presa di coscienza che il cristianesimo è un cammino. Un fare un passo alla volta, un andare avanti senza mai dirsi arrivati. In termini più semplici, è un impegno. Non è una cosa automatica, perché viviamo in una società che non ci aiuta in queste cose; ma la parola di Dio continuamente ci richiama. Questa è la nostra strada. Se vogliamo essere cristiani, cerchiamo di percorrerla; ognuno con il proprio ritmo.




permalink | inviato da il 3/11/2006 alle 22:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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