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  franca [ il blog della domenica ]
         

vecchio blog in ristrutturazione permanente

Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


27 dicembre 2005

Un anno tutto nuovo...

1 gen 2006 - festa di Maria Madre di Dio   Dal vangelo secondo Luca  (Lc 2, 16-21)

 

   I pastori andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano.
Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
   I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
   Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come  era stato proclamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.
   
   *  I pastori hanno colto i "segni"; dopodichè, divengono a loro volta annunciatori: i primi annunciatori del lieto messaggio.
   *  "Gesù" significa "Dio salva"

***

   omelia

   Oggi 1 gennaio è la festa di Maria madre di Dio, e contemporaneamente è stata proclamata la giornata mondiale della pace. Ed è il primo giorno dell’anno 2006.
Un po’ troppo, forse, per poter far nostre tutte queste realtà.
   Innanzi tutto, allora, mettiamo dentro di noi un atteggiamento di riconoscenza verso Dio che ci offre un anno nuovo, tutto perfettamente nuovo, tutto da vivere. E quest’anno nuovo che il Signore ci consegna lo poniamo nelle mani di Gesù Cristo: mani divine, oggi infatti celebriamo questa solennità.
   Non preoccupiamoci se sono troppe le cose in un solo giorno e facciamo fatica a trovare un collante che le unisca: prendiamo semplicemente ciò che ci è utile.
   Ognuno di noi ha la sua storia personale. Può darsi che uno sia più preoccupato per gli anni che verranno, che di quello che è ormai trascorso. E allora si ricordi che non è solo in questo mondo: c’è un Dio che ha promesso di esserci accanto sempre, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. C’è un’altra persona che ha bisogno di capire che cosa è successo nell’anno passato, per poter gestire in maniera diversa e più proficua il prossimo anno. E allora chiediamo a Dio la pace: che non significa mancanza di guerra, ma prima di ogni altra cosa significa realizzazione della persona. E il primo grado di realizzazione della persona è capire. Molto spesso l’angustia nasce proprio dal fatto che non riusciamo a dare il significato giusto a ciò che abbiamo vissuto, e probabilmente questo ci porta ad un certo timore nei confronti di ciò che vivremo.
   E allora ci possiamo far aiutare da un’antica storia cinese, dove si può notare con chiarezza come ogni fatto altro non sia che un double-face, abbia cioè due aspetti.
   C’era un uomo, solo, povero; aveva solo un campicello ed un cavallo. E un giorno gli scappa il cavallo, e la gente tutto attorno dice: “Che sfortuna!”. E l’uomo risponde: “Se sia sfortuna o fortuna non so; intanto ringrazio Dio”. Il giorno dopo questo cavallo ritorna alla sua greppia, portandosi dietro una mandria di cavalli selvaggi. E la gente dice: “Che fortuna!”. E l’uomo risponde: “Se sia fortuna o sfortuna non lo so; intanto ringrazio Dio”. Ed inizia a domare questi cavalli selvaggi. Uno, un po’ più bizzarro degli altri, lo fa cadere e gli spezza una gamba; e la gente dice: “Che sfortuna!”. E il nostro contadino, la solita frase. Quel giorno scoppia la guerra, il generale raccoglie tutti gli uomini atti alle armi, ma lascia a casa il nostro contadino che ha la gamba spezzata. E la gente dice: “Che fortuna!”. E potremmo andare avanti all’infinito.
   Allora per il nostro contadino perdere il cavallo è stata una fortuna o una sfortuna? Vista da una certa angolazione è stata una sfortuna, vista da un’altra angolazione è stata una fortuna. Avere una gamba spezzata, è una fortuna o una sfortuna? Se la guardiamo da una certa angolazione, c’è il dolore, la sofferenza; se la guardiamo da un’altra angolazione, quello stesso avvenimento è diventato la salvezza.
   Non dobbiamo aver paura del tempo che ci viene avanti: non sappiamo dove ci conduce. Forse questo velo dentro di noi ce l’abbiamo tutti, copre parte della nostra vita. Accogliamo questo tempo, sapendo che in parte siamo protagonisti, in parte no. Soprattutto accogliamolo con sapienza. E sapienza è capire che in ogni avvenimento, felice o doloroso, c’è sempre questo duplice aspetto, sempre: un qualche cosa che  probabilmente ci farà male, ma anche un qualche cosa che ci farà molto bene, nel profondo. Non dobbiamo aver paura del nuovo anno. E, senza la presunzione di un certo esercito che conosciamo, il quale aveva trascritto l’espressione Gott mit uns, senza quella presunzione, senza quella cattiveria, noi diciamo Dio è con noi.
   Con l’umiltà e la certezza che Dio è presente nel profondo, dentro ognuno di noi, ma anche sapendo che si trova negli avvenimenti, nei fatti, nei sentimenti, che tutto sommato sono sempre a favore di chi li vive, e li percepisce come segno.
   Vi porgo allora l’augurio di buon anno con questi due brevissimi semplici concetti:
   -  quest’anno è un anno nuovo: lo potremmo vivere in maniera diversa dall’anno precedente;
   -  non abbiamo paura: ogni realtà ha sempre questo doppio aspetto. Impariamo a scoprirlo, ogni giorno, per non essere angosciati nel dolore, non essere esaltati oltre misura nella gioia.
   Impariamo ad avere questa sapienza del cuore. Chiediamola a Dio, possiamo chiederla.
   E' proprio la ricerca di questa intima sapienza che rende la nostra vita, una vita da persona equilibrata, realizzata. E da persona credente, che sa valutare gli avvenimenti che ci aspettano nella vita quotidiana.




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23 dicembre 2005

Il volto di Dio

Natale di Gesù CristoDal vangelo secondo Giovanni


In principio era il Verbo, VerboLogos: biblicamente, parola creatrice e sapienza di Dio

e il Verbo era presso Dio   presso: meglio rivolto verso, in atteggiamento di intercessione
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
E la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta. (…)  accolta, o meglio soffocata in abbraccio mortale
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo
e il mondo fu fatto per mezzo di lui
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente
ma i suoi non l’hanno accolto.     allude al rifiuto e alla condanna da parte dei capi ebrei
A quanti però l’hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio. (…)
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi,
e noi vedemmo la sua gloria
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia. (…)
Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il figlio unigenito
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

Omelia 

In questo giorno è sana tradizione scambiarci gli auguri; e gli auguri, ormai, sono diventati cosa comune ed abitudinaria, perfino la gente non cristiana festeggia il Natale e si scambia gli auguri. Noi come credenti, questi auguri li vogliamo sentire dentro di noi e li vogliamo riempire di significato, di un senso più autentico e più specifico, perché cessino di essere pura convenzionalità.
   Abbiamo ascoltato, alla lettura del Vangelo, uno dei testi più alti che l’umanità abbia prodotto a livello poetico, ma anche a livello filosofico-teologico. Per penetrare questa ricchezza potremmmo fermarci di fronte alla frase “il Verbo si fece carne”.
   E  allora magari ci sentiamo trasportati in orizzonti di poesia, ci vengono alla mente i ricordi di bambino, i sogni che facevamo quando eravamo piccoli… Custodiamo pure questo clima che la festa ci richiama, se ci fa bene. Ma la fede non è una fiaba, e il clima non è l’allontanamento dal quotidiano.
   Noi siamo chiamati a misurarci con la realtà, anche se oggi creiamo una parentesi che in qualche modo ci sradica da ciò che proveremo domani e dopodomani, quando ricominceremo la vita grigia di ogni giorno. Ora a me dispiace incidere il cristallo di questa festa con una riflessione che dovrebbe farci bene forse non per la giornata di oggi, ma per la giornata di domani, di dopodomani, di questi 365 giorni che ci separano dal prossimo Natale. Mi piacerebbe dar senso a questi auguri che ci scambiamo come credenti, attraverso una brevissima riflessione che peschiamo proprio dall’ultima frase di questo poema teologico: Dio nessuno l’ha mai visto.
   Eppure nella nostra società, nella cultura o nelle culture in cui siamo inseriti, c’è sempre qualche profeta che ci dice: “Dio è qui”, dove c’è il denaro, “Dio è qui”, dove c’è la riuscita, nell’ambito economico, culturale, politico; a qualunque costo; oppure “Dio è nei sogni”, in quei gruppi dove ci si rifugia per non prendere contatto con la durezza della realtà. Ci sono troppi profeti che ci dicono “Dio è qua”, “Dio è là”. Noi come credenti invece abbiamo questa umile sicurezza: Dio nessuno l’ha mai visto, nessuno può indicarci chi è. Solo Gesù Cristo può svelarci qual è il volto di Dio.
   E allora oggi se vogliamo da adulti aggiungere un’esperienza in più alla poesia del Bambin Gesù, teniamo presente questo semplice messaggio: spesso noi ci costruiamo degli idoli, e questi idoli li chiamiamo dio. E siamo disposti a sacrificare tutto per questi idoli, che abbiamo costruito per uso e consumo nostro.
   Proviamo a fare pulizia mentale oggi, proviamo a capire che tutto ciò che è fuori di noi, è buccia, è esteriorità, potrebbe essere anche un tranello. Dio ha il volto di Cristo, il quale avverte: è nel mondo profondo della persona che abita la Verità. E’ nell’interiorità che ci s’incontra con Dio. E’ questo il primo approccio che noi possiamo avere con lui. Ascoltalo. Lì c’è.
   Impariamo a capire che il primo santuario dove Dio si è incarnato è la nostra coscienza. E solo dopo che l’abbiamo incontrato lì, vivo, vero, parlante, nei momenti di silenzio che abbiamo saputo regalarci durante la giornata, e siamo entrati in dialogo con questo Dio che è nell’intimo nostro, solo allora lo potremo scoprire anche fuori di noi. Con un’incarnazione splendida! Forse umile, ma non per questo meno efficace.
   E’ lo stesso Dio, nelle sue incanazioni quotidiane. Negli avvenimenti della storia Dio s’incarna per chiederci qualche cosa, Dio s’incarna nel volto delle persone che ci vogliono bene, Dio s’incarna anche in coloro che di fronte a noi esprimono un bisogno: bisogno di solidarietà, bisogno di ascolto, bisogno di comprensione, bisogno di tenerezza.
  
Non dobbiamo mai disgiungere il momento magico, che ci afferra l’animo, da questa capacità di essere realisti e di scoprire lì dove Dio s’incarna, lì dove Cristo ce lo ha indicato. Dietro ad un atto d’amore che  riceviamo c’è Dio, ricordiamocelo. Di fronte a un terzomondiale che ci stende la mano, di fronte a un sofferente, lì c’è Dio, non dimentichiamolo. Di fronte a un nemico che ci guarda male, che progetta male per noi, c’è un Dio che è incarnato e ci chiede, qui, perdono.
   Di fronte ad alcuni episodi impariamo a dire: “Qui c’è il Natale”. E così la poesia che vive dentro di noi diventa forza, capacità di tradurre la fede in concretezza. Come cristiani allora possiamo dire qualche cosa nella nostra società. Altrimenti, chi siamo, nel tessuto sociale dove viviamo, se non siamo capaci di portare all’umanità questo messaggio nuovo dell’incarnazione di Dio?
   E quando ci troviamo soli, oberati dalla fatica del vivere, dove la sconfitta e la solitudine sono sempre in agguato contro di noi, e ci troviamo di fronte alla nostra coscienza, forse carica di rimprovero per il bene non fatto, e per il male che, per un motivo o per l’altro, o abbiamo scelto o siamo costretti a fare, e allora capita quel velo che ci disturba e che si chiama paura, allora ricordiamoci di questo testo: Dio nessuno l’ha mai visto. Solo il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato – il testo greco dice exegesa – ne ha fatto l’esegesi, lo ha spezzato sbriciolato per noi, come si spezza il pane per poterlo mangiare.
   E allora quando siamo soli e abbiamo questa paura, paura di un Dio onnipotente che ci può schiacciare come fossimo dei pidocchi, cancelliamo quest’idea. Cristo di fronte a me non oserebbe mai emettere una sentenza, né condannarmi. Ricordiamo quell’episodio in cui l’umanità voleva linciare quella donna, e Gesù dice: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, e le persone se ne vanno; e di fronte a questa creatura Gesù chiede:
-         Donna, chi ti ha condannato?
-         Nessuno, Signore.
-         Neanch’io ti condanno.
   Questo è il volto di Dio che Gesù nella sua incarnazione ha voluto mostrarci.
   E sarebbe un peccato che di fronte a questo messaggio in cui scopriamo chi è Dio per noi, paralizzassimo questo Dio solo all’interno di un puro e semplice sentimento di poesia.
   Accogliamo la poesia, è bella, fa bene dentro; accogliamo la nostra verità di fede; congiungiamo queste due ricchezze. Ed impareremo ad interiorizzare questa festa, che purtroppo una certa cultura dominante ha ormai dissacrato in tanti rivoli pagani.




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23 dicembre 2005

Simone Martini, l' Annunciazione




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19 dicembre 2005

la fede e i “segni”

19 dicembre – IV^ domenica di avvento Dal vangelo secondo Luca
(Lc 1, 26-38)


   In quel tempo, l'angelo* Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
   Entrando da lei, l’angelo disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta tua pa­rente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio».
   Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.


   * angelo: ànghelos nel greco ellenistico significa messaggero. Fu un angelo come lo intendiamo noi, un sapiente, un profeta?


Omelia

   Vorrei accostare quest’ultima tappa del tempo di avvento, preparazione al Natale, sottolineando l’aspetto umano della nostra fede. Il che significa, non, togliere l’aspetto trascendente della fede, ma dare a questa trascendenza la concretezza del quotidiano.
  
Il racconto dell’annunciazione ci propone quella che, fin dalla più antica tradizione liturgica, era l’ultima figura che accompagnava i credenti in questo percorso di preparazione: Maria. Ancor oggi questa figura ci fa capire l’atteggiamento da assumere se vogliamo accogliere Dio nella nostra vita.
  
Se notate Maria, prima di accogliere Dio nel suo corpo, lo ha accolto nella sua parola. E prima ancora di accoglierlo attraverso la sua parola,  l’ha accolto attraverso quell’avvenimento così strano: un angelo che va da lei.
  
Non a caso l’evangelista Luca ci dice che rimase turbata. Sappiamo che nel mondo ebraico le ragazze si sposavano molto molto giovani e, pur essendo sposate di diritto, di fatto rimanevano ancora nella casa dei propri genitori per un periodo variabile, di uno o più anni. L’avvenimento è capitato in questo periodo, in cui nessuno doveva trovare la sposa a tu per tu da sola, ma la poteva avvicinare o in presenza del padre, o della madre, o dei fratelli. E’ un fatto strano.
   E
d è in questo fatto strano che Dio entra in dialogo con questa donna.

   Poi l’angelo propone delle cose ancora più strane; e giustamente Maria si difende, ragionando alla maniera umana. In maniera bella, pulita: io non posso diventare madre, perché non sono stata con nessun uomo. Solo nella fase finale, quando l’angelo dà garanzie, dà un segno, allora Maria si arrende a questa esperienza con Dio, a questa accoglienza che Dio le propone.
   In questo episodio possiamo trovare degli insegnamenti importanti per aiutarci a comprendere e vivere la nostra fede nella concretezza, nella quotidianità.
  
Abbiamo visto nelle precedenti domeniche di avvento che  bisogna convertirsi: tutti, sempre abbiamo bisogno di conversione. E convertirsi è una cosa lenta, che va fatta con pazienza, in profondità; non è un fatto intellettuale. E abbiamo capito, attraverso le varie tappe, che questa conversione non va fatta solo in ambito morale: prima sbagliavo, adesso non devo più sbagliare. Va fatta anche in questo ambito, per tutto quello che ci è possibile, ma principalmente la conversione va fatta nel modo diverso di concepire la vita, le cose, nel modo diverso di rapportarci con la realtà. E questa sera ci viene fornito uno schema, un modello: non pensiamo che Gesù s’incarni una volta all’anno, a Natale, ma, se ricordiamo le sue parole “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”, diamo per certo che Cristo è presente nella nostra esistenza tutti i giorni.
  
E chiediamoci: chi di noi si accorge? Chi di noi può dire: sì, io credo in Cristo perché lo incontro?
  
Noi incontriamo volti noti: marito, moglie, figli, parenti, colleghi, amici; anche nemici.
   Noi
 incontriamo nella nostra vita situazioni comuni: la solita sveglia che suona alle sei del mattino, il solito ritmo di lavoro, il tran tran, la serata che si chiude come al solito magari davanti alla televisione… Dove sta questo Dio?
  
Se notiamo, nel testo biblico si dice che Dio sta proprio nel quotidiano: Maria non si è trovata in un luogo sacro, per avere questo dialogo con il mondo celeste. E non si è trovata in un tempo sacro. Ma si è trovata nel grigiore della quotidianità: improvvisamente c’è questa presenza. Come improvvisamente nella nostra giornata ci capita un fatto duro, che ci scuote, ci capita un fatto che ci piace, un fatto magari che ci ferisce. Impariamo a fermarci un momento. E a capire quale messaggio di Dio c’è lì dietro, quale incarnazione di Dio per noi c’è in quel momento, quale parola ci viene rivolta. E quando non capiamo, abbiamo tutto il diritto di opporci. “Perché a me quella sofferenza?” – è una domanda che ci facciamo spesso – “Perché a me quell’intralcio, quella difficoltà?”. Ma se abbiamo dentro di noi quell’atteggiamento di conversione, incominceremo a darci già una prima risposta: qui c’è Dio che mi chiede qualcosa.
  
Si tratterà di capire che cosa, ma l’importante è che non lasciamo passare quel momento di incarnazione. Altrimenti, a che cosa riduciamo la nostra fede? A tante frasi teoriche, a tante buone intenzioni, a tutta una serie di rispostine catechistiche… ma la quotidianità, come viene irrorata dalla nostra fede?
  
A che mi serve vivere un contrasto o vivere un momento di dialogo; a che mi serve riuscire a lavorare bene, ad essere onesto, ad essere giusto, se la fede non mi dà un sapore di significato a queste cose? E allora, seguiamo ancora l’episodio dell’angelo: il quale dà a Maria un criterio, dice “Guarda che Dio ti viene incontro chiedendoti delle cose grosse, grandi, impossibili per la tua mente; però renditi conto di questo: nulla è impossibile a Dio. E affinchè tu ti renda conto, Dio ti dà un segno: tua cugina, che è sterile ed è oltre la menopausa da tanto tempo, sta diventando madre”.
  
Nella nostra vita ci sono questi segni. Attraverso i quali noi possiamo credere anche a cose più grandi.
  
Ma abbiamo l’umiltà di dire: “Signore, ho bisogno di un segno concreto nella mia esistenza per credere a queste cose più grandi”. Perché la fede si nutre di questi segni che Dio semina nella storia, perché noi impariamo a crescere.
  
Lo ha fatto nell’Antico Testamento: Gedeone non voleva assumersi la responsabilità di fronte al popolo d’Israele, e Dio in qualche maniera “gioca” con Gedeone, gli dice “Cosa vuoi?”. E Gedeone gli risponde: “Bagnami il cortile, e lasciami asciutta la pelle di capra che metterò in mezzo al cortile”. Il giorno dopo Gedeone vede il cortile tutto bagnato e la pelle di capra asciutta e pensa “Potrebbe essere un caso”. E allora si rivolge a Dio e dice: “Voglio esattamente il contrario”. E Dio che, ripeto, sa anche giocare con le persone, dice “Va bene”. E l’aia resta asciutta, e la pelle bagnata. E’ un segno. Non è una cosa importante, ma è un segno: che al di là, nasconde qualche cosa di veramente grande. Noi abbiamo bisogno di segni, per poter credere. Abbiamo bisogno di una mentalità che li sa cogliere.
  
Quando il tuo uomo ti dice “Ti voglio bene” “Ti amo”, impariamo a capire che dietro a quella voce non c’è solo quella persona, ma dietro c’è anche Dio, che si serve di quella persona per dirti questo. E quando tua moglie ti dice la stessa cosa, non fermarti a tua moglie. E’ lei la protagonista di quel gesto e di quelle parole, ma quel gesto e quelle parole esistono perché Dio ha permesso che ci fossero. E quindi dietro a quelle parole, a quel gesto, c’è Dio stesso, che si esprime nei tuoi confronti. Impara a cogliere questi segni. Impara a cambiare mentalità. Impara a gioire della tua fede, che ti dice che Dio s’incarna non solo il 25 dicembre, non solo duemila anni fa, ma tutti i giorni, nei fatti, e nelle persone che avvicini.




permalink | inviato da il 19/12/2005 alle 23:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



19 dicembre 2005

questo nuovo blog...

Benvenuto!                       

  

    Ho aperto questo blog per chi vuole approfondire il senso dell’essere cristiano, o semplicemente condividere una riflessione; qui potrà trovare una sorta di itinerario “a puntate”: una per ogni domenica o festa.
    Il cristianesimo fin dagli inizi si autodefinì non un sistema dottrinale, e neanche una fede nel senso che noi diamo oggi a questa parola, ma piuttosto "la via". I cristiani si chiamavano “i discepoli” oppure “i seguaci della via”.

    Trascriverò il testo del Vangelo della domenica e vi aggiungerò un'omelia che lo commenti attualizzandolo. Poi vedrò se continuare così o cambiare forma. Accetto eventuali consigli.
   Questo sarà sicuramente utile a me, se poi lo sarà anche ad una sola persona oltre a me, mi riterrò doppiamente soddisfatta.




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