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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


22 settembre 2006

Accogliere gli altri, come si accoglie un bambino

24 sett. 2006 - 25ª domenica   del tempo ordinario (B)

Dal vangelo secondo Marco: Mc 9,30-37

    In quel tempo, Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: "Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà". Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
    Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?". Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti". E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato".

omelia
    Una profezia di morte, un’incomprensione da parte dei discepoli - i quali non hanno capito questa profezia semplicemente perché stavano discutendo su chi avrebbe vinto le elezioni tra i Dodici - e poi un’esemplificazione che Gesù fa: pone al centro un bambino, lo abbraccia e dice: “Accoglietelo!”.
Sembra un testo cucito insieme con poca logica. Ma se ci fermiamo a riflettere ci accorgiamo che la logica c’è, certo non vicina alla nostra e non espressa nella nostra cultura, ma senz’altro espressa con una profondità che dopo duemila anni ci colpisce ancora; per la sua delicatezza, ma anche per l’impegno che ne deriva.
   
In oriente la parola servire, habbat, non indicava fare lo schiavo, ma il suo significato primo era l’atto di culto. Colui che compiva un atto di culto “serviva” Dio. Questo servizio era composto di due elementi, di cui il primo era l’ascolto della Parola. Dunque il primo atto di culto è questo ascoltare davvero; non solo udire, non solo immagazzinare idee, ma far proprio ciò che si ascolta. E un secondo elemento era la riconoscenza: il dono dell’offerta, il dire grazie, il rendersi conto di come Dio aveva operato nella propria vita. Gesù adopera questa parola non a caso, per indicare che tipo di legame, di rapporto dovremmo creare non solo con Dio, ma anche ciascuno di noi con se stesso, e poi anche con gli altri. Perché chi non è capace di instaurare questo tipo di legame, di rispetto, di rapporto con se stesso, non è certo capace di operare poi alla stessa maniera nei confronti degli altri. Il meccanismo che ci fa instaurare un dialogo, un legame, un rapporto con gli altri è lo stesso meccanismo che noi adoperiamo nel rapporto con noi stessi e con Dio.
   
E allora ci chiediamo: che cosa significa per davvero ascoltarci? Ascoltare l’altro?
   
Noi siamo abituati ad udire, udiamo molto e siamo consumatori di ascolto. Ascoltiamo la radio, la televisione, leggiamo i giornali, sentiamo i pettegolezzi, i lamenti, le tragedie… dopodichè giriamo pagina, perchè domani è un altro giorno. E dimentichiamo che “ascoltare” significa profondamente “accorgersi”. Accorgersi di ciò che è il bisogno dell’altro, la gioia dell’altro, di quale è il vero bisogno mio, qual è il mio dolore, la mia gioia.
   
Il primo grado di conversione di fronte a questa parola del Vangelo è dunque imparare ad ascoltare; un ascolto che è un accorgersi, per cui si ascolta con l’orecchio, con gli occhi, con l’intuizione. Ci si mette in sintonia, sia con se stessi che con gli altri. Non si può davvero ascoltare una persona, se la accostiamo con l’atteggiamento del rifiuto, della condanna, del giudizio; in ultima analisi, dell’antipatia. Ma potremmo anche essere deviati da un ascolto autentico a causa dell’atteggiamento contrario: la simpatia spesso non ci aiuta a chiamare le cose con il loro nome, a chiamare errore quello che è tale. Ascoltare dunque significa entrare in sintonia con una persona, intuire e contemporaneamente avere questo senso dell’oggettivo, per lei ma anche per noi. Quante volte noi, di fronte ad un errore che facciamo, siamo pronti a scusarci, a trovare mille motivazioni per assolverci. Dovremmo invece guardare il dato, e guardare l’atteggiamento. Chiamare il dato con il suo nome, e l’atteggiamento interiore con il suo nome. Allora avremo un rapporto di ascolto autentico nei confronti di noi stessi; lo stesso atteggiamento con gli altri. E’ un’arte, che s’impara sia a livello umano, sia a livello di fede.
   
Il secondo elemento del “servizio” è l’atteggiamento di riconoscenza. Noi spesso con una parola sistemiamo educatamente chi ci ha fatto un piacere e non ci sentiamo più debitori; se incontriamo per strada un amico e questo ci offre un caffè, diciamo grazie e con quella parola abbiamo pagato il debito. In oriente non c’è il vocabolo “grazie”, ma il sentimento della riconoscenza viene espresso in maniera diversa: si memorizza ciò che è successo e lo si narra, si rende testimonianza. Quindi agli amici che incontreremo diremo “lui mi ha offerto un caffè”.
   
Saper ascoltare le persone accanto a cui viviamo: il partner, il figlio, il genitore, l’amico… saper avere questo senso di riconoscenza. Fare memoria di tutta una realtà, che si fa presente dietro a quel volto magari già con qualche ruga. Imparare a rinarrare tutto ciò che di questa persona è già dentro di noi, e che ci ha costruito. E in rapporto alla quale dire una parola, “grazie”, è avvilente.
   
Qualcuno potrebbe dire che questo è mondo orientale, è poesia. Se provassimo però a fare questa scommessa, ad accogliere questa parola di Dio, e provassimo - con tutte le nostre forze, con l’aiuto della sua grazia - a metterla in pratica questa settimana… Proviamo. E ci accorgeremo allora che quando Gesù dice “Vedete questo bambino? Accoglietelo” esemplifica proprio questo atteggiamento. Perché quando lui ci dice di ascoltare, di prestare questo servizio agli altri, quindi di essere capaci anche di rispondere alle necessità dell’altro, di avere questo senso di riconoscenza perché l’altro esiste, non c’è bisogno né di pagare né di essere pagati; tutto avviene nella gratuità reciproca. Il bambino non ha niente da pagare perché noi lo accogliamo, ma per noi diventa gioia accoglierlo, capirlo, andargli incontro con la ricchezza della nostra esperienza migliore. E nei confronti di queste creature impariamo a dire grazie perché esistono. Perché hanno tante cose da insegnarci, non con lo loro parole, ma per il semplice fatto che essi sono. Il bambino c’è. Esiste, gioca; ci fa star su di notte, ci dà pensieri; eppure lì noi troviamo un qualche cosa che fa bene a noi. E Gesù dice: se tu metti in pratica l’autentico servizio, l’ascolto e il senso di riconoscenza, allora saprai accogliere anche colui che non sa neanche dirti grazie. Perché il grazie è già in te, per il fatto che l’altro c’è, esiste.
   
Gesù non a caso ha scelto questo esempio: nella scala sociale del mondo ebraico il bambino, pur importante, era comunque l’ultimo a livello di valore. Prima veniva l’uomo libero, poi la donna e poi, scendendo giù, c’erano il bambino, lo schiavo, lo straniero e la vedova: questi erano gli ultimi nella scala sociale.
   
Ma se tu hai veramente l’atteggiamento di colui che serve, che vive il servizio, per te queste persone sono importanti come le prime. E ringrazi la persona con l’atteggiamento orientale, proprio perché c’è. Perché è un arricchimento per te. Ti dà la possibilità di dare il meglio di te, a lui.




permalink | inviato da il 22/9/2006 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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