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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


27 ottobre 2006

"Che cosa vuoi che io ti faccia?"

29 ott. 2006 - 30ª domenica  del tempo ordinario (B)

Dal vangelo secondo Marco (Mc 10, 46-52)
   
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai disce­poli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
    Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salva­to». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

    Per la comprensione (tratto da http://www.ocarm.org/lectio/anno_b/orb30ita.htm):
    … I discepoli accettavano Gesù come Messia, ma non accettavano la croce. Non avevano una fede forte in Gesù. Continuavano ad essere ciechi! Quando Gesù insisteva nel servizio e nel dono (Mc 8,31;34; 9,31; 10,33-34), loro insistevano tra di essi su chi era il più importante (Mc 9,34), e continuavano a chiedere i primi posti nel Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra del trono (Mc 10,35-37). Segno questo che l’ideologia dominante dell’epoca era penetrata profondamente nella loro mentalità. Il vissuto di alcuni anni con Gesù, non aveva ancora rinnovato il loro modo di vedere le cose e le persone. Guardavano Gesù con lo sguardo del passato. Volevano che fosse come colui che si immaginavano: un messia glorioso. Ma l’obiettivo dell’istruzione di Gesù è che i suoi discepoli siano come il cieco Bartimèo, che lo accetta come è. Bartimèo ha una fede forte che lo fa intuire, fede che Pietro non ha ancora. E così Bartimèo diventa il modello sia per i discepoli del tempo di Gesù, sia per le comunità del tempo di Marco e per tutti noi.

    Per l’attualizzazione
omelia
   
Come ogni volta, non potendo in breve tempo sviscerare tutta la ricchezza del testo biblico che oggi la liturgia ci propone, ne scegliamo semplicemente un piccolo aspetto.
   
Potremmo scegliere il grande tema dell’intervento di Dio nella storia, non attraverso i grandi fatti come l’esodo, come l’esilio di Babilonia, come l’incarnazione o la resurrezione di Gesù, ma attraverso il tema dell’intervento specifico e personale che Dio compie, il miracolo. Potremmo anche affrontare il tema della cecità: che cosa significava in oriente, quanta ce n’è oggi (anche a livello culturale, di ricchezza di spirito). Affrontiamo invece semplicemente l’ultima parte del vangelo, quando questo cieco, di fronte a Gesù, si sente dire: “Che cosa vuoi che io ti faccia?” e risponde: “Rabbunì, che io riabbia la vista”. Sembra banale. Invece, proviamo a fermarci proprio qui.
   
Se noi fossimo di fronte ad un cieco ed avessimo il potere di ridargli la vista, che cosa faremmo? Staremmo lì a chiedergli “Che cosa vuoi che io ti faccia?” o piuttosto non opereremmo in maniera immediata il miracolo, per mettere subito a posto la situazione?
   
Eppure… chi mi dice che quella persona voglia vedere per davvero? Chi mi dice che ciò che io penso essere migliore per una persona, sia ciò che la persona desidera? A volte il nostro voler bene agli altri si traduce, in maniera sottilissima, in un voler bene a noi stessi, facendo all’altro ciò che pensiamo o desideriamo noi. Pronti eventualmente a sentirci feriti dalla sua ingratitudine. E’ l’equivoco del ritenere che l’altro la pensi sempre come noi, che la cosa migliore per lui sia conforme al nostro modo di vedere la realtà. Così succede in famiglia - “So io cosa è bene per mia moglie, mio marito, mio figlio…” -, nel posto di lavoro, tra amici… Invece, se vogliamo veramente fare il bene dell’altro, impariamo questo profondo rispetto! Forse l’altro ha bisogno solamente di una parola d’incoraggiamento, di sostegno, o di una illuminazione interiore in un momento d’incertezza; la vista potrebbe venire dopo. L'altro potrebbe addirittura non voler uscire dalla cecità, divenuta ormai il suo modo di vivere abituale. Per questo quanto Gesù dice qui non è banale, ma rivela profondo rispetto dell’altro, proprio nel volere il suo autentico bene, senza interferire nelle sue scelte, senza porsi al posto suo quasi dicendo: “Questa è senz’altro la cosa migliore, ciò che pensi tu non è importante”.
   
“Che cosa vuoi che io ti faccia?” dovrebbe diventare un atteggiamento mentale, da far nostro quando accostiamo delle persone a cui vogliamo porgere il nostro servizio; tanto più nei confronti di coloro con cui condividiamo l’esistenza quotidiana: marito, moglie, figli, colleghi eccetera. Impariamo oggi dal vangelo questo profondo rispetto, che non è solo buona educazione o equilibrio psicologico, ma fa parte di quell’imitazione di Cristo che, come cristiani, dal momento del battesimo siamo chiamati ad avere. “Come lui”: non è una cosa secondaria, è il nostro cammino di fede.
   
“Rabbunì, che io abbia la vista”: apparentemente una risposta banale come la domanda; cerchiamo anche qui di scavare nel testo. C’è una cosa strana: abbiamo sempre sentito chiamare Gesù “rabbì”, cioè rabbino o maestro, qui invece abbiamo questa strana parola, la stessa che viene ripetuta da Maria Maddalena dopo che Gesù è risorto, quando va al sepolcro e lo trova vuoto. Visto Gesù e scambiatolo per il giardiniere, gli chiede di indicarle dov’è il corpo, per poterlo seppellire con dignità. Allora Gesù chiama Maria per nome, lei si accorge che quel giardiniere è Gesù stesso e l’espressione con cui gli si rivolge è appunto “Rabbunì”. Sappiamo che quando gli autori sacri scrivono, le coincidenze non sono mai casuali. E allora ci chiediamo: che differenza passa tra un cieco, che non vede la realtà, e Maria che vede Gesù risorto ma non riconosce la sua persona, e vede semplicemente il giardiniere? Sono ambedue “ciechi”. Infatti nel mondo biblico il cieco è il simbolo della nostra incapacità di tradurre in atto di fede una visione del mondo che ci viene dalla Parola di Dio.
   
E’ dura, quando si vivono momenti di difficoltà, di sofferenza, dire che Dio ci ha chiamati a passare per questo guado difficile. Eppure, se avessimo occhi per vedere - Signore, che io veda! - potremmo capire che quel guado, quel passaggio per noi è necessario, ha un senso. E spesso a distanza di tempo, quando le cose si sono placate e riusciamo ad avere una distanziazione sufficiente da quell’avvenimento, possiamo riconoscervi una provvidenza. Quando viviamo situazioni di solitudine, momenti di difficoltà, siamo come colui che non sa vedere, come Bartimeo e come Maria Maddalena; e abbiamo bisogno che Dio ci illumini  dentro, per poter andare oltre a quello che è “la buccia” della realtà, per forarla e capire esattamente il senso di ciò che stiamo vivendo.
   
Tutti abbiamo bisogno di questa luce! Perché tutti stiamo vivendo quella realtà che si chiama vita, ricca, articolata, misteriosa, imprendibile. E abbiamo bisogno di spiegazioni, che non ci vengono da nessuna parte. “Perché a me?” “Perché io devo vivere questa situazione?”. A volte la risposta può essere facile, spesso è tremendamente impegnativa. Siamo chiamati a rivolgerci a Cristo: “Che io veda!”. E solo nella persona di Gesù noi credenti, con pazienza, riusciremo a trovare quelle risposte che molto spesso l’angoscia, la poca fede, alle volte anche la trascuratezza, ci impediscono di trovare.
   
“Che io abbia la vista”. Che noi possiamo capire ciò che viviamo. Il sapere ciò che si vive, il dare senso, significa vivere pienamente ciò che Dio ci offre.

   
Rabbunì: vezzeggiativo affettivo, intraducibile, tipo “Maestruccio”, “Maestro mio”. Non ve n’è traccia in altri testi. E alla Maddalena, quel “Maria!” detto da Gesù fu piuttosto un nomignolo affettivo, tipo “Mariùta!”, “Mariuccia!”: a quel nome  che solo tra loro usavano, Maria lo riconobbe. (Questa spiegazione l’ho avuta oralmente da un esegeta a cui l’ho chiesta, e nello stesso modo, alla buona, la riporto).




permalink | inviato da il 27/10/2006 alle 21:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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