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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


10 giugno 2011

EUCARESTIA COME CENA

Perché Gesù ha scelto di istituire l’eucarestia durante una cena, e parla di “mangiare” e “bere” il suo corpo e il suo sangue?
   Adesso noi non celebriamo più come agli albori della chiesa nascente, facendo davvero una cena di povertà, in cui ognuno portava noi non celebriamo più come agli albori della chiesa nascente, facendo davvero una cena di povertà, in cui ognuno portava quello che aveva e si condivideva tutto; e in questa condivisione della “cena del Signore” veniva celebrata l’eucarestia. Ma, anche se noi oggi non facciamo più così, lo spirito di quel “mangiare insieme” resta. E ci chiediamo: come capire oggi l’eucarestia all’interno di questo schema culturale biblico?
   Ci sarebbero tante cose da dire. Per esempio, per l’orientale mangiare assieme significava accettare la persona così com’era, non pretendere di violare la sacralità della persona attraverso la curiosità, attraverso il possesso di notizie, peggio ancora attraverso la pretesa che l’altro si modifichi perché diventi a noi gradito. Abramo accoglie a Mambre Dio e i suoi due angeli, senza chiedere chi sono. Mangia con loro; e sarà Dio a confidare ad Abramo il suo progetto. Dunque il mangiare insieme significa mangiare insieme alle persone, accettandole per ciò che sono, non per ciò che noi vorremmo che fossero. Questo è il primo elemento del mangiare insieme nel mondo ebraico; e Gesù ha installato l’eucarestia in questo atteggiamento, in questa mentalità. Dunque celebrare l’eucarestia non è solo rendere presente sacramentalmente (e quindi realmente) Gesù, quasi come in un gioco di prestigio; ma è prima di tutto un atteggiamento interiore. Gesù mi accetta per quello che sono; ed io a mia volta accetto l’altra persona, quella che mi siede accanto – marito, moglie, genitori, figli, un conoscente, uno sconosciuto – per quello che è. Non per ciò che io vorrei che lui, che lei fosse. Allora la celebrazione non è solo un qualche cosa che fa il prete, da solo, con i suoi chierichetti, ma è una realtà che nasce dalla nostra interiorità: il nostro mondo interiore diventa quella coppa che sa accogliere Dio nella sua presenza reale, in mezzo a noi, nella sua parola e nelle specie eucaristiche. Ma se non siamo capaci di accettare gli altri e vogliamo che il mondo e le situazioni si ritaglino dentro alla nostra mentalità, non abbiamo l’atteggiamento adatto per celebrare l’eucarestia, per entrare nel suo mistero.
   Mangiare insieme, ancora, per il mondo biblico – e cioè lì dove Gesù ha voluto iniziare la sua presenza nella storia e nei segni sacramentali – è anche fare memoria. L’orientale aveva, preciso, questo atteggiamento interiore: se noi oggi esistiamo, ed esistiamo così, è perché Dio in passato ha fatto qualche cosa. Dio in passato ha liberato gli ebrei dalla schiavitù dell’Egitto ed è per questo che noi oggi viviamo in Palestina; è per questo che possiamo trovarci qui a mangiare assieme, liberi, i frutti del nostro lavoro -  quel po’ di olive, quel po’ di carne -  qui, da credenti, nella terra che Dio ha donato ai nostri patriarchi. Quindi quel gesto di salvezza non è stato vissuto solo dai nostri padri, ma io ne porto le felici conseguenze.
   Usciamo dal testo biblico. Noi siamo qui come credenti; e siamo credenti perché prima di noi c’è stata una generazione che ha creduto. E prima ancora un’altra. E in là nel tempo c’è stata una generazione che è stata martire e ha dato la sua testimonianza di vita perché a distanza di tempo lungo i secoli anche noi potessimo credere. E nell’eucarestia noi non possiamo dimenticare queste nostre radici. Noi siamo figli di martiri. Gente che ha saputo morire per essere coerente alla propria fede.
   Celebrare l’eucarestia vuol dire accomunare alla morte e alla resurrezione di Cristo anche questa testimonianza, questa opera che Dio ha compiuto nella storia attraverso delle persone, che poi, in una lunga catena, diventano, padri, madri della fede che noi abbiamo. Non possiamo dimenticare questa storia di salvezza: noi non siamo una comunità nata oggi, dal niente. Abbiamo le radici nella storia. Ed è nella storia che Dio ci salva.
   E ciò che abbiamo vissuto stamattina, ieri sera, questa settimana, non è avvenuto per caso; è perché potessimo trovarci qui, a celebrare ancora una volta ciò che Dio ha compiuto per noi; anche se in passato quel gesto salvifico è caduto, in maniera immediata, sulle spalle di altre persone. Ma l’obiettivo ultimo eravamo noi, oggi. La parola di Dio ce lo richiama. La memoria che ognuno di noi ha sul proprio vissuto quotidiano riesce a capire che noi nella Messa ritroviamo quel Dio che abbiamo già sperimentato stamattina, ieri sera, tutta la settimana, il mese scorso, gli anni passati.
   Non si può celebrare la presenza reale di Dio, se questo Dio non lo abbiamo già visto, esperimentato, toccato nella nostra vita quotidiana. E’ un punto di arrivo.
   Mangiare nel mondo biblico ha ancora altri significati, ma per ora rimaniamo con questi: proviamo a tenerli, a custodirli dentro. A farli abitare dentro di noi. Celebrare l’eucarestia significa accettare gli altri per ciò che sono, non per ciò che noi vorremmo che fossero, perché così Dio si comporta nei nostri confronti. Non ci sono, fuori dalla porta della chiesa, due angeli che dicono: tu entri; ma tu no, perché non sei secondo i comandamenti. Dio ci accoglie tutti. Per ciò che noi siamo.
   E poi fare memoria: nella Messa non incontriamo un Dio sconosciuto, è lo stesso Dio che incontriamo durante la giornata, quando le cose ci vanno bene e quando ci vanno male. Quando lo preghiamo per ringraziare, o per chiedere. E’ il Dio che invochiamo sommessamente quando siamo ammalati di tristezza, è quel Dio che dimentichiamo quando siamo ebbri di gioia. E’ sempre lui. Ma se non abbiamo questa capacità di fare memoria, questo Dio, che non siamo stati capaci di riconoscere nella vita, non lo riconosceremo neppure nella celebrazione. Se invece lo abbiamo percepito presente nella nostra giornata, allora riusciremo a percepirlo presente, operante, parlante, anche nel mistero che celebriamo.


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permalink | inviato da franca il 10/6/2011 alle 16:17 | Versione per la stampa


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