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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


10 febbraio 2006

Gesù dona la pienezza della vita

12 feb 2006:  6^ domenica del tempo ord.       Dal vangelo secondo Marco

Dal libro del Levìtico  (Lv 13, 4.46)
Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo!
Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento.

 

Dal vangelo secondo Marco  (Mc 1, 40-45)
In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso; lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a com­passione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guari­sci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va', presentati al sacerdote, e offri per la tua purifi­cazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

 
   Omelia

   Il vangelo di oggi ci presenta la guarigione di un lebbroso, compiuta da Gesù.
Ma non dobbiamo leggere questo testo con la nostra mentalità di occidentali del XXI secolo, vedendo in questo fatto un gesto terapeutico che Gesù compie nei confronti di una malattia allora inguaribile. Nel libro del Levitico si dice che il lebbroso “porterà vesti strappate”: è il miserabile del gruppo, nel tessuto sociale è l’ultimo. “Andrà a capo scoperto”: era l’uomo senza una sua dignità, perché l’uomo libero e protagonista della sua esistenza aveva il capo coperto. E ancora “si coprirà la barba”: un altro gesto che in oriente significa mancanza di dignità. E la cosa più tragica è che l’individuo stesso dovrà proclamare agli altri “Io sto per morire” “Sono un morto che cammina”; in oriente infatti la parola immondo non significa, come da noi, sporco, ma significa profano e, come equivalente, privo di vita. Il territorio della sua esistenza era occupato dalla morte. Ad acuire ancor di più questa situazione, l’individuo “abiterà fuori dall’accampamento”, fuori dal tessuto sociale; lontano dai rapporti, dal dialogo, dall’incoraggiamento; e lontano anche dal momento d’incontro della comunità credente con il suo Dio, nella celebrazione liturgica. Quindi lontano dalla società e lontano dal gruppo che crede.
   Quando Gesù compie questa guarigione dunque non compie soltanto un gesto terapeutico, ma ridà dignità alla persona; compie una vera e propria resurrezione. Ricolloca l’individuo nella dinamica dei rapporti sociali e lo fa ridiventare protagonista di un incontro con Dio, assieme agli altri, nella comunità celebrante.
   Quindi il testo che ci viene presentato da Marco è più di quanto può apparire ad una prima lettura.
   E a noi, che ne viene?
   Una volta capito che quell’incontro personalissimo con Gesù ha dato a quell’uomo il possesso di una nuova sorgente di vita: una ri-acquisizione di dignità, una capacità nuova di rapportarsi con gli altri e con Dio… questo racconto, uscendo dal testo, non può diventare per noi esemplare? Una specie di parametro per capire che cosa dovrebbe provocare in noi l’incontro con Cristo?
   Purtroppo, spesso sono in noi certi meccanismi di difesa, certi schemi comportamentali ormai consolidati, per cui l’incontro con Cristo non può metterci in crisi, perché assorbiamo da lui solo quello che ci conviene o quello a cui siamo abituati fin da bambini. Probabilmente per questo motivo, per troppi cristiani Cristo non crea più nessuna novità. Ma proviamo oggi a fare una riflessione seria. Proviamo a chiederci, per esempio, perché noi credenti non riusciamo ad avere dignità di credente; serenità e gioia di essere credenti e di testimoniare questa fede, nell’umiltà della vita quotidiana. Ma giochiamo troppo spesso a nascondino, quasi che dirsi cristiani sia una specie di vergogna da pagare con il silenzio, con questo modo di nascondersi, per non farsi riconoscere. Significa che da Lui probabilmente riceviamo insegnamenti morali, ma forse perdiamo di vista questa sorgente di forza e di coraggio che Lui può essere per ciascuno di noi, nella difficoltà del posto di lavoro, del ruolo sociale che riveste, in tutti i momenti della vita. Forse dimentichiamo che Gesù ha detto con chiarezza: “Se uno si vergogna di me davanti agli uomini, io mi vergognerò di lui davanti al Padre mio”. Sono parole che pesano; noi dimentichiamole. Altre volte invece le assorbiamo, e diventiamo intransigenti; e allora ci facciamo giudizi di tutto e di tutti. Ma non è neanche questo che Gesù vuole, perché “con la misura con cui tu giudicherai sarai giudicato”. Avere il coraggio di essere se stessi, e contemporaneamente avere il coraggio di proporre il cristianesimo (non di imporlo) è parte integrante della nostra fede. Che non è solo un insieme di regole morali da rispettare, ma parte integrante è anche un atteggiamento, uno stile da assumere di fronte all’esistenza, lì dove la Provvidenza ci ha collocato.
   Potremmo anche fare un’altra osservazione. La nostra vita non è soltanto vita biologica; la vita biologica è un po’ la base, sulla quale si pianta la vita di relazione, la vita psicologica, la vita culturale, la vita soprannaturale…; quando parliamo di “vita” sappiamo che la nostra esistenza è un fascio di vite messe insieme. E sappiamo che questa esistenza è transeunte, è passeggera, e tutta questa ricchezza ha un suo decorso. Perché, come credenti, non affidiamo questa “vita” alla persona di Gesù e chiediamo che lui la vivifichi in ogni aspetto, ogni giorno, e non solo per noi stessi? Per quanto ci riguarda come individui, una vita che non trova significato diventa una vita non vissuta: “Perché questa sofferenza, perché questa morte? Perché questo enigma, perché questo rovescio?”. Abbiamo bisogno di senso. E Cristo dà senso alla nostra esistenza, vi introduce questa linfa vitale capace di dare speranza in qualunque situazione ognuno di noi si trovi. Ma guarigione dalla lebbra significa anche avere una nuova capacità di rapportarsi socialmente, sia come donne-uomini e cittadini, sia come credenti; chiediamo a lui anche questa forza, di essere capaci nuovamente di rapportarci nei confronti degli altri come cittadini, come persone, non come degli anonimi. E di rapportarci nei confronti di Dio.
   Certamente rischia di mancarci il modello. E allora chiediamo a Lui di essere il nostro modello; un modello di umanità nuova, dove “il vostro parlare sia sì – sì; no – no; tutto il resto viene dal maligno”; dove “devi guardare prima alla trave che c’è nel tuo occhio, poi alla pagliuzza che c’è nell’occhio dell’altro”; dove “si prega nel segreto” e non si prega in pubblico per farsi vedere; dove “la tua destra non sappia ciò che fa la tua sinistra”… Impariamo da lui il rispetto che lui ha per se stesso, per la sua persona; cosa che non sempre abbiamo noi. Impariamo da lui ad avere la signorilità dei rapporti con il prossimo, quella signorilità che spesso a noi manca, perché fondamentalmente non c’è fiducia in chi ci sta davanti.
   Alla conclusione di questa breve riflessione, chiediamo a Cristo che guarisca anche un’altra lebbra. Che è la lebbra della presunzione di essere cristiani completi, la presunzione di sapere che cos’è tutto il cristianesimo. Mentre invece abbiamo bisogno di essere discepoli tutta la vita, di imparare sempre, ogni momento, di avere l’umiltà di dire: non so tutto. E anche se lo sapessi, come faccio a vivere tutto? Siamo in un percorso di crescita: accettiamolo. E accettiamo anche che questo percorso non sia una specie di percorso amorfo, neutro, un fai-da-te dove ci troviamo di volta in volta soli di fronte a problemi e decisioni da prendere; ma sia un percorso che si ripropone di mettere i piedi lì dove li ha messi Cristo. In mezzo ai mille modelli che oggi ci sono proposti, noi scegliamo di confrontarci con lui; la dignità la impariamo da lui, la capacità di essere vivi la impariamo da lui; e la capacità di rapportarci tra di noi e con Dio, la impariamo ancora da lui.
   Tiriamo una conclusione: e come si fa ad imparare?
   Esiste un libricino, piccolo, che non si chiama “L’imitazione di Cristo” o “L’avventura dell’uomo Dio” o qualunque altro titolo fantasioso; si chiama vangelo. Ed è un libro umile. Un libro che cresce con il lettore. Se il lettore è povero, è bisognoso, sia di umanità che di fede, il Vangelo si fa piccolo umile e bisognoso con lui. Se il lettore invece è una persona che ritiene di essere più matura, il Vangelo si farà alto, maturo come lui. E se qualcuno ha la presunzione di essere già santo, bene, il Vangelo lo supera, perché si propone e gli propone delle realtà molto più sante di quanto lui pensi. Il Vangelo è per tutti.
   Sui nostri comodini ci sono tante riviste, tanti libri; non dimentichiamo questo libricino. Ci aiuta a capire chi è lui e a poterci chiedere ogni momento “Lui al posto mio che cosa farebbe?”. E ricupereremo la sua dignità in noi; la sua capacità di essere VITA l’avremo dentro di noi e la capacità che aveva lui di rapportarsi con gli altri e con Dio sarà la nostra. E allora saremo contenti di essere credenti; e potremo dire “Sì, abbiamo giocato molto, ma per essere cristiani meritava giocare tutto questo”. Perché uno alla fine è contento di essere donna, uomo, e credente.




permalink | inviato da il 10/2/2006 alle 11:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


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