.
Annunci online

  franca [ il blog della domenica ]
         

vecchio blog in ristrutturazione permanente

Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

Per leggere i post qui sotto, cliccaci sopra. Per tornare alla pagina principale, clicca nella colonna di destra "Ultime cose"

Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


24 marzo 2006

Dio ha tanto amato il mondo …

26 marzo '06

4^ domenica di quaresima   Dal vangelo sec. Giovanni*
              
(Gv
3,14-21)
   In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna**. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
   Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giu­dizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

* 
il più “orientale” dei quattro vangeli: ha un linguaggio che è il più difficile da capire con la nostra mentalità occidentale
** vita eterna: non soltanto l’aldilà; è la vita in pienezza già in questo mondo, la VITA, piena e totale, che non finirà ad un certo punto

omelia
   Eccoci alla quarta tappa del nostro cammino quaresimale; una tappa importante, nella quale siamo invitati a fare un approfondimento di atteggiamento. Siamo partiti dalle tentazioni, dall’invito a convertirci; abbiamo ascoltato il Gesù trasfigurato per capire che cosa noi siamo chiamati a diventare e abbiamo accolto da Dio l’invito ad ascoltarlo; abbiamo poi capito che questa conversione avviene facendo nostra una presenza di Dio che detti dentro di noi gli autentici valori, non cercando valori fuori di noi.
   Questa sera il testo evangelico ci costringe un’altra volta a tornare dentro di noi: non è un testo “fattivo”, ma ci invita a proseguire il nostro cammino di conversione lavorando dentro, alla radice; perché è dalla radice che poi usciranno i frutti. Ci avverte di alcune cose che dovremmo cambiare, ri-indirizzare.
   Come prima cosa ci viene presentato Gesù che paragona se stesso ad un emblema, un serpente di bronzo che era stato adoperato in un episodio particolare dell’Antico Testamento, durante l’esodo dall’Egitto: gli ebrei venivano morsicati dai serpenti, e guardando il serpente di bronzo venivano salvati. Dice: come è stato innalzato quel simbolo di salvezza così, alla stessa maniera, anch’io verrò innalzato, perchè chi crede in me abbia la vita eterna.
   Per noi “credere”, che cosa significa? Dire che Dio è uno e trino? E’ giusto. Dire che i sacramenti sono veramente strumenti di salvezza per noi? Giusto. Ma proviamo a porci la domanda di S. Giacomo: tutte queste cose non le sa anche il demonio? Sì, eppure per lui non c’è salvezza. Allora non è questa la fede che ci salva. La Trinità, i sacramenti, i dogmi, sono realtà che esprimono il contenuto della nostra fede. Esiste poi dentro di noi un atteggiamento: ci fidiamo di Lui. I teologi hanno espresso le due cose in questo modo: esiste la fides quae creditur, ciò che si crede, i contenuti della fede; ed esiste la fides qua creditur, cioè questo legame con Dio.
   Oggi il testo biblico ci invita a curare questo aspetto: quanto ci fidiamo di Cristo, il quale dice che si vince perdonando, che ci si trasforma pregando, che si cambia la società partendo da noi. Quanto abbiamo fiducia nelle parole di Cristo, che ci dicono che già noi siamo risorti. Quanto siamo convinti che la conversione non è un qualche cosa di superficiale, ma è un qualche cosa che tocca le radici profonde del nostro essere. Ecco, oggi noi siamo messi alla prova su questo argomento: credere non vuol dire solo accettare una serie di verità, ma significa sposare la sua mentalità, giocarci la nostra vita sulle verità che lui ci ha detto – e non sono verità da “farsi” quanto verità da “essere presenti” in noi. Quando noi pensiamo che pregare sia una perdita di tempo, siamo fuori dalla fede. Quando pensiamo che sia più conveniente il profitto e non il valore della persona, siamo fuori dalla fede; ed a chiunque dice: ma io credo alla Trinità, si può rispondere: anche il demonio crede.
   Un secondo elemento su cui dovremmo prendere sul serio il vangelo di Giovanni quest’oggi riguarda un’altra affermazione: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo (più esattamente: “per emettere una sentenza contro il mondo”) ma perché il mondo si salvi”. “Chi crede il Lui non è condannato”. Cioè, se noi sappiamo creare in noi questo atteggiamento, possiamo dire fin d’ora che il Paradiso è a portata di mano. Quando moriremo, chi ci giudica? Dio? A volte qualcuno pensa di andare incontro ad una specie di roulette, chissà se va…quasi che sia in Dio il segreto della sentenza di salvezza o di condanna. Mentre invece il vangelo dice con chiarezza che la salvezza o la condanna sono in mano nostra, a seconda che scegliamo di fidarci totalmente di Gesù o di non fidarci. A seconda che scegliamo di dire “sì, le tue parole sono parole di vita eterna” oppure “no, di te prendo solo quello che mi serve, perché così nella società nessuno mi scoccia”. Di fronte a questa presa di posizione noi comprendiamo che Dio, non è lui a giudicare, ma Dio accetta la nostra posizione e la rispetta fino in fondo, sia in questa vita sia nell’altra.
   E se abbiamo accettato di giocare tutta la nostra vita con lui, è chiaro che con lui saremo eternamente. Ma se di lui non ci è veramente interessato, mai, e veniamo colti in questa situazione, è chiaro che Dio rispetta la nostra scelta e lascia che per tutta l’eternità noi siamo soli, senza di Lui.
   Questi due concetti, che cosa portano alla nostra conversione? Un duplice atteggiamento.
    Il primo atteggiamento è capire che convertirsi significa intaccare il nostro modo di credere; non il nostro modo di comportarci, quello viene di conseguenza. La conversione riguarda questo nocciolo profondo del come crediamo. Crediamo a delle verità, soltanto? Questo è metà giusto, ma non è tutta la fede. L’atteggiamento è fidarsi di Lui, in tutto ciò che ci ha proposto; non solo nei valori di verità o nei valori comportamentali, ma in quello che è l’atteggiamento profondo del cristiano, in qualunque situazione si trovi: ricco o povero, in situazione politica serena o tormentata… “Come la pensa Lui”: questa è la nostra strada.
   E secondo, abbiamo un messaggio anche di serenità e di speranza. Dopo aver lavorato dentro di noi – e questo costa, se per davvero lo prendiamo sul serio – che tipo di futuro abbiamo? Incerto? Nebuloso? Al capriccio del “chissà che cosa Dio pensa?”. Gesù lo dice chiaramente: c’è sicurezza. Una sicurezza serena, che non porta vanto, ma genera quello “star bene” in questo cammino faticoso che facciamo. Chi crede in lui non è condannato. E questa sera abbiamo chiarito che cosa significhi credere in lui. Un poggiarci totalmente su di lui, non su un elenco di verità. E allora comprendiamo che questo cammino di conversione è fatto sì anche di fatica, ma anche di serenità; è un lavorìo interiore che probabilmente non si esaurisce in questa quaresima, ma  trova spazio di espansione, di approfondimento anche dopo la Pasqua. Perché questo fidarci di lui, comporta in noi un lavoro che dura tutta la vita. E’ molto facile fidarci di Dio quando siamo sicuri con le nostre forze. Ma quando non siamo sicuri delle nostre forze succede come a quel tizio che era appeso ad un ramoscello sul baratro, un ramoscello cresciuto sulla roccia, ed invoca Dio dicendo “Aiutami!” E Dio dice “Ti fidi di me?”. “Sì, dice, mi fido”. “E allora molla, che ti prendo io”. E il tizio risponde: “Fossi matto!”.
   Noi non siamo come il tizio dell’aneddoto. Sul nostro modo di credere non facciamo calcoli umani, perché sappiamo che la fede ha le radici nell’uomo, ma i suoi frutti appartengono al trascendente. Per questo noi questa sera dobbiamo capire, coglierci, sapere da che parte stiamo.
   E’ un salto radicale che ci viene richiesto. E questo non lo può fare per me colui che mi è seduto accanto: o lo faccio io per me stesso, altrimenti tutti gli altri lo possono fare, ma io non mi trovo più in quel momento di grazia che Gesù ha promesso: chi crede in me non è condannato.

Innalzato sulla croce
   
"Essere innal­zati" è un'e­spressione usata, di soli­to, per evoca­re l'afferma­zione di una persona, la sua capacità di distinguersi, di segnalarsi, di avere suc­cesso. "Essere innalzati" è dunque si­nonimo di potere, di gloria, di forza. Ma come fa a mantenere questo significato una volta che gli si associa la croce, e quindi una morte orribile e pubblica, un castigo disumano? Essere innalzati su un trono ed essere innalzati su una croce non sono esatta­mente la stessa cosa... Anzi, sembrano due realtà in opposizione: un'immagine viva della forza e della de­bolezza estrema, del potere e della fra­gilità, del giudizio e della condanna. Non è facile abbandonare le abituali rappresentazioni di Dio ed accettare che il suo Figlio venga a noi nelle vesti di un condannato, di un giustiziato, ab­bandonato da tutti, in balia dei poteri dell'epoca.
   
Non è facile accogliere una salvezza che non si realizza esibendo i muscoli, ma offrendo amore, che non si compie at­traverso un giudizio o un castigo, ma passando attraverso l'esperienza di es­sere rifiutati e calpestati. Eppure è questo il paradosso su cui si regge la fede cristiana. La passione e la morte di Gesù non sono un incidente di percorso da dimenticare rapidamen­te, ma la strada che Dio ha scelto per raggiungere ogni uomo e liberarlo dal male, per farlo entrare in una vita nuo­va.
   
E' questa croce il "caso serio" da cui non possiamo prescindere, il "passaggio ineluttabile" che rivela la nostra fedeltà a Cristo, la "prova" del nostro amore. Logico, dunque, che mai, in nessuna occasione si possa brandire la croce co­me una spada: sarebbe insultare Colui che per amore si è lasciato inchiodare sul legno del patibolo e ha offerto la sua vita.
   
Logico che la croce non possa diventa­re un pretesto per imporre la propria forza, per misurare la propria potenza: ciò che essa indica è un amore che non si tira indietro neanche davanti alla de­bolezza estrema, all'ingiustizia palese, al sopruso ingiustificato. Un modo nuovo di vedere le cose viene proposto, allora, ad ogni cristiano: la bussola delle sue scelte non è orientata dai criteri del successo mondano, della riuscita apparente, ma dalla fedeltà a Dio, dall'obbedienza al suo disegno di salvezza e al suo modo di agire. Buonismo? Atteggiamento rinunciata­rio? Cedimento di fronte all'invasione di altre religioni? Scelta sconsiderata? Tutti questi interrogativi non fanno che riprendere le parole di coloro che dice­vano a Gesù: "Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e allora noi credere­mo in te!".
    Confusione? Comportamento dimis­sionario? Incertezza riguardo alla pro­pria identità e alla propria cultura? Tut­te queste obiezioni riecheggiano quelle di coloro che si attendevano un Messia venuto per giudicare e condannare. Ge­sù non corrisponderà alle loro attese.
   
Roberto Laurita in Il popolo, Pordenone, 26 marzo 2006 

vedi anchehttp://www.santegidio.org/it/preghiera/domenica2/omelia.htm  




permalink | inviato da il 24/3/2006 alle 17:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


sfoglia     febbraio        aprile
 


Ultime cose
Il mio profilo



rosaspina_mia


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom