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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


31 marzo 2006

La mia vita non è solo per me

2 aprile 2006   -   5^ domenica di quaresima            Dal vangelo secondo Giovanni

(
Gv 12, 20-33)
  
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Fi­lippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: «È giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuoi servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». La folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

omelia

   Siamo giunti alla quinta tappa del nostro cammino di conversione nel tempo di Quaresima.
  
Le tappe precedenti ci hanno aiutato a capire un concetto un po’ delicato, che, se non accolto bene, potrebbe diventare addirittura distruttivo nel mondo interiore: la conversione. Siamo tutti chiamati a convertirci, ma in profondità, lì dove s’impara a modificare le strutture del modo di pensare: pensare la nostra fede, ma anche la nostra dignità di credenti e l’intera vita.
  
Le tappe che abbiamo percorso ci hanno portato a riflettere sul modo di gestire la vita; nelle stesse tentazioni di Gesù siamo immersi anche noi, e anche noi siamo chiamati a fare una scelta radicale: rinunciare a farci un dio della materialità, del potere, della religione, per ricostituire in noi l’umanità originaria secondo il modello di Gesù, nuovo Adamo. Nella trasfigurazione di Gesù abbiamo contemplato la nostra identità e il nostro destino ed abbiamo accolto l’invito del Padre: ascoltatelo! Poi abbiamo capito che ascoltarlo significa far abitare dentro di noi Dio ed i suoi valori; e abbiamo capito come credere in lui.
  
Oggi ci fermiamo solo su pochi versetti del testo evangelico che ci è proposto: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”.
  
Partiamo dalla considerazione di questo breve paragone che Gesù fa: un granellino di frumento, se cade in terra e non muore, resta solo. Per contro possiamo dire che, se cade a terra e muore, non resta solo; il testo però ci dà questa variante: “porta molto frutto”. In questa variante del testo è nascosta la sostanza del messaggio.
  
Noi come un chicco di frumento siamo “caduti” nella nostra storia, ci siamo trovati dentro senza che nessuno ci abbia chiesto il permesso. E se in questa nostra storia non siamo capaci di gestire la vita in una certa maniera, rimaniamo soli: isolati, incapaci di trasmettere vita. Come il granello che cade in terra e non muore: resta solo. Mentre il granello che cade nella terra e muore, dà vita, non resta solo; produce altri granelli. Se gestiamo la nostra vita non con il criterio dell’egoismo, ma dell’altruismo, se spendiamo la nostra vita per le persone, per dei valori, allora il granello di frumento che siamo noi, entrato nella storia, muore, nel senso che ci priviamo del nostro tempo per darlo agli altri, ci priviamo di certe comodità per aiutare chi invece non ha l’essenziale, spendiamo le nostre risorse per consolare, per illuminare, per aiutare…; gestiamo la nostra vita con questo criterio. Non ci isoliamo, non ci creiamo una nicchia preziosa dentro la quale metterci e rimanere impermeabili a tutto ciò che succede attorno a noi, di buono e di cattivo. E Gesù dice con chiarezza: chi accetta una certa logica della vita resta isolato, solo, non porta frutto, non trasmette vita; la sua esistenza non ha significato. Chi invece accetta di morire, cioè di privarsi di qualche cosa, di diventare progressivamente “dono” per gli altri, è come il chicco di frumento che diventa dono di vita. E da quel chicco nasce la spiga, cioè “il frutto”.
  
Alla luce di questo paragone Gesù aggiunge una frase tipica del mondo orientale, che si esprime sempre in maniera drastica: “Chi ama la sua vita la perde, chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”. L’orientale non si esprime con i mezzi toni, va per antitesi: o è bianco o è nero. Per cui, qui, amare la propria vita significa gestirla secondo il criterio del “mondo”: dove il successo, il profitto, il trionfo, l’immagine, il potere diventano cose molto più preziose della verità, della giustizia, del soccorso al bisognoso, della maturazione, dell’incontro con le persone.
   
Di nuovo oggi noi siamo chiamati ad operare quella profonda conversione che abbiamo cercato di percorrere tappa per tappa, per scoprirla e farla nostra. Oggi la conversione tocca nel modo più profondo e radicale il modo di concepire e di gestire la propria vita, non ne tocca solo degli aspetti importanti. L’invito di oggi è: esaminiamo la nostra esistenza, come la gestiamo: se abbiamo creato una bella nicchia dove ci siamo inseriti comodamente, abbiamo chiuso la porta, e l’urlo di chi viene ucciso ingiustamente, di chi deve soffrire per l’egoismo degli altri, non lo sentiamo più. Se stiamo bene… semplicemente perché abbiamo turato le orecchie. Oppure se accettiamo: accettiamo che questa vita ci disturbi, che ci disturbino coloro che vengono uccisi per l’interesse dei potenti o per un odio insano, che ci disturbi colui che dice “ho fame”, non solo di pane, ma anche di giustizia sociale…
  
Se noi accogliamo questo grido di bisogno, se accogliamo il flebile invito ad accorgerci della persona anziana, della persona che ha bisogno di consolazione o di sostegno, allora apparteniamo a quel tipo di persone che sanno “odiare la propria esistenza” nel senso orientale di “colui che non pone al sommo grado il proprio star bene” prescindendo dagli altri; ma sa che sta bene solo insieme agli altri. E non si può star bene quando qualcuno non sta, e noi possiamo fare qualcosa.
  
L’invito perciò è molto semplice ma anche molto chiaro e per certi aspetti pratico; o di qua, o di là. O accetti di gestire la tua vita in maniera non egoistica, e allora porti frutto, e la conservi per la vita eterna; oppure gestisci la tua vita in maniera egoistica, resti solo, non porti frutto, e perderai la tua vita per la vita eterna. Sono parole un po’ aspre, però non ammettono equivoci, non ammettono zone grigie dove non si sa da che parte stare. Le parole di Gesù ci invitano ad avere chiarezza e pulizia mentale.
  
Che poi noi, dopo aver scelto di stare dalla sua parte, facciamo fatica, arranchiamo, non ce la facciamo, sbagliamo, torniamo a incominciare da capo… questo viene messo in mano alla misericordia di Dio. Ma la scelta radicale e profonda l’abbiamo fatta; ed è questo che Dio ci chiede. Il risultato, quello finale, ultimo, quello che poi conta, lo mette lui. A noi spetta la scelta; il risultato ultimo è suo. Se dunque su questa strada facciamo fatica, non prendiamo paura; Gesù stesso ha fatto fatica, ce lo dice la lettera agli Ebrei: “Nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime”, perché è doloroso dire “Padre, passi da me questo calice; ma sia fatta la tua volontà, non la mia”. Ed è la stessa strada che noi siamo chiamati a percorrere se vogliamo diventare il granello che porta molto frutto, cioè se vogliamo gestire la nostra vita in maniera altruistica. Molto spesso infatti si fa del bene e si ricevono offese; si cerca di aiutere l’altro e si ricevono tradimenti; si dona con generosità e si ottiene semplicemente durezza di cuore, ignoranza, se non addirittura critica aspra. E allora, in quella situazione, anche noi dobbiamo avere il coraggio di pregare, di supplicare, anche di piangere se è necessario; sapendo che Qualcuno, prima di noi, ha percorso quella strada. Ma convinti che come Lui anche noi verremo esauditi, per questa scelta che abbiamo fatto.
  
Di conseguenza, “obbedire a Cristo” non significa mettere in pratica soltanto questo o quel messaggio che Lui ci ha dato; ma, come dice il testo biblico, significa accettare questo stile: la mia vita non è solo per me. Diventerebbe una specie di scarabocchio quell’esistenza vissuta solo in funzione di se stessi; a cosa serve ad una persona essere intelligente, essere creativa, essere gentile, essere capace di incoraggiamento, se tutte queste qualità se le tiene per sé?
  
L’invito alla conversione perciò diventa un invito a rimescolare le carte. A ripescare la carta giusta: lo stile giusto, il criterio giusto. Non tanto a dire: prima ero bugiardo, ora voglio essere sincero; prima ero ingiusto, ora voglio essere giusto; prima non pregavo, ora voglio pregare…  Abbiamo visto che il primo, fondamentale criterio di conversione è quello di far abitare Dio dentro di noi, di saper “credere” in una certa maniera; oggi ci viene proposto di imparare a spendere la propria vita, a non tenercela stretta in maniera egoistica. Di donare. Tempo, sapienza, qualità, incoraggiamento… e soprattutto la generosità dell’agàpe, quella generosità che dà sapendo in partenza che non può pretendere niente in contraccambio.
  
Chi fa così è colui che segue le orme di Gesù. E chi ha questo coraggio, “il Padre mio lo onorerà”: è parola del Signore.

vedi anchehttp://www.santegidio.org/it/preghiera/domenica2/omelia.htm 




permalink | inviato da il 31/3/2006 alle 18:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


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