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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


21 aprile 2006

Credere è anche fare esperienza

23 aprile 2006   2^ domenica di Pasqua


Vangelo
Gv 20/19-31 
   La sera di quello stesso giorno, venne Gesù e dis­se: "Pace a voi!". Mostrò loro le mani e il costato. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Pa­dre ha mandato me, anch'io mando voi". Alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo; a chi ri­metterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi". Tommaso non era con loro. Gli dissero: "Abbiamo visto il Si­gnore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel po­sto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo co­stato, non crederò".
   Otto giorni dopo c'era anche Tommaso. Venne Ge­sù e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non esse­re più incredulo ma credente!". Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!". Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi di­scepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Omelia

   Nonostante ci sia un’opinione diffusa secondo la quale noi non dovremmo essere come Tommaso, la figura di Tommaso resta sempre, tutto sommato, una figura vicina alla nostra sensibilità, alla sensibilità del nostro tempo.
   Noi siamo abituati, dalla formazione culturale e dal mondo intellettuale che ci circonda, a credere a ciò che tocchiamo, a fare esperienza, per dire: io conosco. Questa realtà culturale si è dimostrata vincente – ovviamente non è tutto, perché esiste un momento iniziale della scienza che è intuizione, una scintilla che scatta nel mondo interiore e poi viene verificata da processi di sperimentazione – comunque questa mentalità, noi l’abbiamo fatta nostra.
   Una persona non dovrbbe fare delle affermazioni se non è documentata, se non ha motivazioni, prove. Questa mentalità l’abbiamo portata, giustamente, anche all’interno della nostra fede. San Pietro (o un suo discepolo, autore della “lettera di Pietro”) scrive che dobbiamo essere pronti, in ogni momento, a rendere ragione della speranza che è in noi, a chiunque cioè ci faccia la domanda “perché crediamo?”. Ovviamente questo significa che noi dobbiamo assorbire le strutture culturali del nostro tempo, per potervi inserire questo mistero della fede e farlo diventare, per quello che è possibile, comprensibile attraverso il nostro sapere. Non è possibile che un cristiano sia ignorante della propria fede. Non è possibile che un cristiano sia credente solo perché disinformato.
   La figura di Tommaso, dunque, la dovremmo rivalutare per la serietà con cui lui ha voluto porsi di fronte al problema della risurrezione. E non dovrebbe esserci soltanto simpatica, ma anche insegnarci qualcosa.
   Non possiamo oggi, come cristiani, disinteressarci del sapere teologico, così come non possiamo disinteressarci della realtà della scienza o della politica. Non possiamo. Commetteremmo un peccato di omissione. Certamente ogni affermazione di questo tipo va colta con equilibrio: ognuno fa ciò che nella sua situazione gli è possibile, senza crearsi angosce né sensi di colpa; però non possiamo rimanere fermi nella conoscenza a ciò che eravamo dieci, venti o più anni fa. Dobbiamo innalzare la nostra capacità di conoscere anche la fede, con un’intensità e maturità almeno pari a quella che abbiamo nelle altre scienze. Non possiamo affrontare la vita con una formazione culturale da adulti ed avere una fede con una preparazione elementare, da bambino. Dunque dobbiamo tener presente questa dimensione di Tommaso, che è importante, fondamentale; ribadita poi dal principe degli apostoli.
   Dobbiamo però aggiungere a questo punto che, una volta che una persona conosce il contenuto della propria fede, non significa automaticamente sia un buon credente. Perché esiste anche l’altro aspetto del credere, che va oltre il sapere, che interroga tutta la persona, nel suo sapere e nel suo sentire. Questo secondo aspetto probabilmente noi non lo abbiamo coltivato. Abbiamo pensato che la fede sia semplicemente conoscere quello o quell’altro dogma, dare il nostro assenso a delle verità: sicuramente una cosa necessaria. Ma quella che è la ricchezza personale del nostro credere, il poter dire per esempio “Se faccio silenzio dentro di me, riesco a percepire la presenza di Dio, una presenza che mi accompagna lungo la mia esistenza; riesco a percepire dentro di me la presenza del mistero che mi circonda, tanto da poter poi affermare “Dio c’è”, perché io l’ho incontrato... Forse questo aspetto è stato meno curato nella nostra formazione di fede. Abbiamo identificato molto spesso il pregare col dire formule di preghiera – e anche questo ha la sua importanza – ma la preghiera non è solo questo. Abbiamo identificato il momento del raccoglimento interiore con il momento in cui possiamo piangere su noi stessi, sui problemi che abbiamo, sui progetti che dobbiamo fare. Non abbiamo avuto il momento di coraggio di dire “faccio silenzio”, perché solo facendo silenzio si lascia spazio a Dio che parla. Abbiamo dimenticato certi supporti del fare l’esperienza di Dio.
   Già il mondo biblico antico-testamentario ci dice che Dio non è nella confusione. Elia per esempio, sul monte Oreb: “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel ter­remoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello”, perché nel mormorio della brezza leggera aveva scoperto il Signore (1 Re 19).
   Noi oggi invece siamo circondati da confusione. E quando vogliamo fare silenzio, abbiamo quel chiacchericcio mentale che diventa prepotente. Una volta ci insegnavano a fare, ogni tanto, “una visitina” in chiesa. Che cos’era se non un invito a fare silenzio dentro di sé, nel turbinio della giornata, per recuperare il senso della presenza di Dio che è dentro a ciascuno di noi, e che continua a parlare… E quando il catechista ci diceva “Mi raccomando, la preghierina della sera”, non era importante quel Padre nostro o quell’Ave Maria, ma quel momento di raccoglimento per riscoprire la presenza di Dio che è nel profondo del nostro essere.
   Il brano di oggi ci invita dunque a recuperare questa dimensione esperienziale del nostro credere. Possiamo essere visitati dal dubbio; possiamo avere in un certo momento quella tensione che è tipica del mondo d’oggi e dell’uomo d’oggi, di voler spiegare tutto con l’intelligenza: ricordiamoci che abbiamo bisogno di essere preparati, anche a livello culturale, sulla nostra fede. E abbiamo bisogno anche di fare quel salto, di andare oltre il sapere, perché credere va oltre a ciò che si sa. Lì dove è impegnato tutto il nostro io, non solo l’intelletto. E’ la pazienza, il coraggio di educarci a questo andare oltre, a questo percepire in profondità la presenza di Dio che salva. Solo in quel momento, come Tommaso, non abbiamo più bisogno di mettere il dito o di infilare la mano nello squarcio del costato.
   Se notate, quello era il desiderio di Tommaso; ma poi di fronte a Cristo quei due gesti non li fa più. Semplicemente fa la sua confessione di fede, ed è la più alta confessione che troviamo in tutto il Nuovo Testamento. Pari a quella che possiamo fare noi, se abbiamo il coraggio non solo di “sapere” la fede, ma anche di “sentirla” profondamente; con questo cammino educativo che ognuno può fare nel suo mondo interiore. Allora per noi il Cristo sarà il nostro Dio e il nostro Kyrios, Signore, cioè colui che guiderà le decisioni più profonde, colui col quale ci confronteremo per l’ultimo e definitivo confronto, sulle cose più delicate e più gravi.

e questa... udite udite... è la bella "omelia fuoritempio" di Fausto Bertinotti:
 http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=19435




permalink | inviato da il 21/4/2006 alle 16:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


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