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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

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Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


12 maggio 2006

Lettera d’amore, linfa sua che scorre nelle nostre vene…

                                14 maggio 2006           quinta domenica di Pasqua
                                                                           http://www.daddo.it/dake3.htm: “fusione d’amore”

Vangelo
  (Gv 15,1-8)

    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: : «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.
   Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella v ite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Omelia

    Di fronte a questo testo biblico siamo attirati dal paragone che fa Gesù ponendo se stesso di fronte a noi come vera vite, e noi di fronte a lui come tralci. Vorrei però oggi lasciar da parte questo tema e cercar di capire perché in questo paragone che fa Gesù più volte troviamo l’espressione “rimanete in me!”. Che senso ha questo? E’ una specie di dicitura romantico-poetica, o nasconde qualcosa di concreto?
   
Se leggiamo il testo con attenzione, ci accorgiamo che nella penultima frase c’è la chiave di volta: rimanere in Lui, rimanere in Gesù, significa che le sue parole rimangono in noi. “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi …” la dicitura ha un significato preciso: le sue parole sono dentro di noi.
   
Ma che cosa significa che le sue parole rimangono in noi?
   
Penso che ognuno di noi ha fatto l’esperienza di ricevere una lettera e di sentirla come qualcosa di prezioso. Dopo averla letta non l’abbiamo buttata via, l’abbiamo tenuta lì e ogni tanto andiamo ad aprire quel foglio che con il tempo ingiallisce; e, leggendo quelle parole, è come se magicamente noi ricreassimo un clima di sentire profondo, una mentalità, facendo rivivere quell’esperienza che è sì racchiusa nel passato, ma che in qualche maniera ci rigustiamo ogni volta che riprendiamo quel testo. Le parole magari le sappiamo a memoria, però questo gusto di vivere un passato e renderlo presente “adesso”, ci viene dato dal ripassare quelle parole, rileggerle, farle scorrere davanti ai nostri occhi. Questa è un’esperienza umana che tutti facciamo. Il testo non è importante, è solo una specie di pre-testo per poter rivivere quella mens, quella sensibilità, quell’esperienza, quell’incontro con quella persona che è racchiusa lì dentro.
   
La stessa cosa succede per la Parola del Signore.
   
La singola parola non è importante: Gesù ha detto questo, Gesù ha detto quello… E’ il mestiere dei biblisti, è la parola della scienza. Ma per noi l’importante è andare al testo ed imparare questa specie di fascino, di commozione, di scoperta, di conoscenza maggiore, che ci può dare la sua mentalità. Quindi non è importante il singolo concetto o la singola frase, ma è la visione d’insieme che la Parola di Dio ci può dare. Questo è il primo significato che si nasconde dietro alla dicitura apparentemente semplice “se le mie parole rimangono in voi”.
   
Poi c’è un’altra esperienza che si nasconde dietro quel testo. Tutti abbiamo fatto, nella nostra vita, l’esperienza di leggere un romanzo che magari ci è piaciuto e abbiamo tentato di rileggerlo una seconda volta. E abbiamo scoperto, la seconda volta, delle cose che prima non avevamo notato. I grandi filosofi dell’ermeneutica del linguaggio ci spiegano quale fenomeno è avvenuto dentro di noi. Siamo arrivati al testo la prima volta con una nostra ricchezza e, leggendo il testo, parte della sua ricchezza è entrata dentro di noi e ci ha migliorati; per cui, quando siamo arrivati la seconda volta davanti al romanzo, avevamo qualche cosa in più: eravamo più ricchi, più maturi, avevamo recepito delle cose che non sapevamo, avevamo riflettuto su realtà che non avevamo preso in considerazione e, di conseguenza, non eravamo più il lettore di prima; eravamo un nuovo lettore, che si pone di fronte allo stesso libro con una maggiore ricchezza interiore. Per cui siamo stati capaci di cogliere cose, in quel libro, che durante la prima lettura non potevamo cogliere. È il fenomeno del “circolo ermeneutico” scoperto all’inizio del secolo e teorizzato dai vari linguisti. Gli ebrei , senza teorizzare in modo scientifico questo dato importante, lo avevano colto avvicinandosi alla Parola di Dio. Tu leggi e prima ti sembra di ascoltare un raccontino per bambini piccoli, lo leggi la seconda volta e scopri delle cose che la prima volta non avevi visto; lo leggi per la terza volta e il testo sembra sì dire apparentemente sempre le stesse cose, ma tu sei capace di cogliere ciò che prima non avevi colto. Questo è un fenomeno riconosciuto non solo nel mondo biblico, ma anche rabbinico, ed anche nella storia della chiesa. Sant’Agostino ha coniato una frase estremamente simpatica: Scriptura crescit cum legente: la Bibbia cresce assieme a colui che la legge. Se tu sei una persona religiosamente immatura, la Bibbia parlerà da testo immaturo, non ti metterà troppo a disagio. Man mano tu diventi persona affinata, matura e profonda, accostarsi al testo diventa abissale per il suo contenuto. Vi è questa specie di osmosi, di passaggio tra il lettore e il testo ed è un’esperienza ancora umana che noi possiamo fare e che il testo ci suggerisce.
   
Se noi vogliamo davvero essere credenti dobbiamo accogliere questa esperienza antropologica e farla nostra, perché leggendo il testo non è che s’impari la paraboletta, il raccontino o questo o quest’altro detto, s’impara una mens, s’impara un modo nuovo di vedere le cose, s’impara una sensibilità nuova, s’incomincia a introdurre dentro di noi dei parametri nuovi; ed è questo che è importante! Sulle singole cose possiamo sbagliare, ma è questa visione generale della vita che diventa fondante per il credente.
   
E Gesù dice: “Voi rimanete in me nella misura che le mie parole rimangono in voi, attraverso quest’esperienza”. Ora, se vogliamo tirare delle conclusioni, mi verrebbe spontaneo chiedere: “Chi di noi ha mai letto i quattro Vangeli?”. Ognuno di essi è solo un settantaduesimo di tutta la Bibbia e quindi quando abbiamo letto i quattro vangeli abbiamo letto quattro libri su settantadue; ne rimangono altri sessantotto. E il clero, i preti, le suore… purtroppo non sono immuni da questo difetto. Conoscono tanti libri di teologia, come noi magari conosciamo il testo di catechismo o testi filosofici che parlano di religione, ma è la Parola di Dio che è importante e noi ci dimentichiamo di questo.
   
Oggi, la Parola di Dio ci sta prendendo per il bavero e ci suggerisce di riprenderla in mano. Quando eravamo piccoli forse pregavamo alla mattina e alla sera e qualcuno di noi magari continua a farlo con una barba infinita, Avemarie, Padrenostro, Salve Regina e De Profundis… come adulti questa è una preghiera che non ci nutre, è solo un dire parole, ma non siamo capaci di sostituirla con niente e allora non solo non diciamo le preghiere, ma non facciamo niente altro.
   
Si potrebbe cominciare proprio dai Vangeli, che sono più semplici. Ce ne sono quattro: il più facile è Marco, il più complesso è Giovanni; in mezzo si collocano Matteo e Luca; uno più ecclesiastico e l’altro più umano. In cinque minuti si arriva a leggere circa una dozzina di versetti: sia la preghiera della sera!
    “Non capisco niente”. Non importa. Tu leggi, poi chiudi e domani rileggi, ripeti, poi vai avanti e quando li hai finiti tutti te li riprendi da capo sempre per il famoso criterio del circolo ermeneutico; capirai di più. Dopo una decina di volte che li avrai passati in rassegna improvvisamente il testo ti parla ed incomincia a diventare nutrimento, comincia a diventare punto di riferimento, rifugio, sostegno... comprensione di ciò che tu vivi.
    È una scommessa che il credente deve fare, altrimenti la sua fede non resta bambina – magari restasse tale – resta semplicemente immatura.




permalink | inviato da il 12/5/2006 alle 20:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


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