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"Il tempo" è adesso

22 gennaio 2006:  3^ domenica del tempo ordinario

Dal vangelo secondo Marco



(Mc 1, 14-20)
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «II tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». Pas­sando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pe­scatori.
Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Gio­vanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

   Omelia

   Il vangelo di questa domenica riporta le prime parole che Gesù disse nell’incominciare il suo ministero pubblico. Questa breve frase, Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo è in qualche modo un riassunto della sua prima predicazione. Cercheremo di capirla e poi capiremo anche perchè la chiesa ha voluto che accanto a questo annuncio leggessimo la narrazione sintetica della vocazione di Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni, benchè proprio la domenica scorsa noi abbiamo già letto, dal vangelo di Giovanni, le vocazioni storiche di Andrea e di Simone, al quale poi Gesù cambia il nome in Pietro. Perché questa ripetizione?
   Esaminiamo gli elementi di questa frase sintetica.
   Il tempo è compiuto. Noi abbiamo un modo umano di gestire la vita: nessuna azienda, nessuna famiglia che si rispetti gestisce la propria esistenza senza una certa qual programmazione, in modo da sapere quando può spendere, come organizzarsi. Questa programmazione la facciamo nel tempo: stabiliamo in giorni, in ore le nostre scadenze. E con questa mentalità gestiamo anche l’esistenza inviduale, diciamo per esempio che una persona a 40 anni dovrebbe essere matura, sia sotto il profilo umano sia sotto il profilo di fede; e ci meravigliamo se a 40 anni qualcuno non è ancora maturo. Questo modo di vedere le cose ovviamente ha un suo valore; ma esiste anche un tempo che non è “cronos”, non è un tempo calcolabile con l’orologio, con il calendario: è il tempo di Dio. Quando una persona incontra il Signore? Semplicemente perché a 40 anni è matura, è in grado di incontrare Dio? Non è questo il criterio che Dio adopera. Dio incontra Giovanni (l’evangelista) molto giovane, Pietro in età adulta; e aspetta, pochi attimi prima di morire, il “buon ladrone”. Qual è il tempo della nostra maturità a livello di fede? E’ un tempo che Dio stabilisce, nel rispetto di ciascuna persona. A noi spetta di dare tutto ciò che possiamo, ma il momento del salto, del “clik”, non ci appartiene.
   Così pure non ci appartiene questo tempo che Gesù dice è compiuto: c’è stato un periodo della storia, il periodo della promessa, e ad un certo punto Dio lo ha considerato maturo per diventare periodo dell’adempimento, della realizzazione. Non è in mano nostra; noi possiamo accoglierlo.
   Tutta la vita è fatta di promesse ed adempimenti, e così la storia della fede.
Noi siamo nell’adempimento. La fede è stata seminata in noi nel giorno del battesimo e forse è bene che adesso riusciamo a pescare da quella profondità e tradurre in concretezza le ricchezze che abbiamo ricevuto. Immagazzinare ricchezze senza consumarle significa far andare a male qualche cosa che poteva essere proficuo. Essere cristiani e non testimoniare questa fede, avere tanti doni di Dio e metterli in magazzino senza mai tirarli fuori, né in ambito culturale, né in ambito politico, né in ambito economico, significa far andare a male la grazia di Dio.
   Come allora il tempo si è compiuto, cioè Dio ha stabilito che l’epoca delle promesse diventasse l’epoca della realizzazione nella persona di Gesù, così oggi forse la storia, la storia del nostro paese, ci chiama a meditare su questo nostro tempo. E’ il momento in cui, come cristiani, dobbiamo tirar fuori queste ricchezze. Il tempo è compiuto, Dio ci sta chiamando, perché la situazione storica richiede anche la nostra capacità costruttiva.
   Il secondo momento del testo è: il regno di Dio è vicino (la traduzione più esatta sarebbe si è fatto vicino) e rimane lì, in modo che non scappi la possibilità di capire che cos’è, questo regno di Dio.
   Non è un dominio, o una struttura, un’organizzazione, un territorio, un insieme di popolazioni. Immaginiamo piuttosto una sala colma di musica e di suoni: non occupano posto, ma permeano tutta la realtà circostante. Questo è il regno di Dio: è la signoria di Dio nei nostri pensieri, nel nostro modo di decidere, di giudicare le cose; signoria che ha avuto il suo massimo nella persona di Gesù: Gesù è il Regno per eccellenza. E convertirsi, dunque, non equivale a dire “poiché prima sbagliavo, adesso devo fare il bene”, significa piuttosto “prima pensavo con la mia testa soltanto, adesso rinuncio a fare della mia testa l’unico criterio di verità; associo al mio, il modo di pensare di Gesù, facendo entrare dentro di me questo regno di Dio": un modo di pensare nuovo, in cui ciascuno è importante, ma non per se stesso soltanto. Dio a me ha dato una vocazione, a te un’altra, a lui un’altra… e queste vocazioni s’intrecciano in un’armonia di carismi, di doni, di capacità, per far crescere il tessuto sociale e umano in cui ci troviamo.
   Convertirsi, seguire Gesù, significa far nostro il suo stile di vita: la mia vita non è solo per me, non è solo in funzione di me stesso, è una vita da donare.
   Non possiamo pensare che essere cristiani sia un qualche cosa di intimistico, di spiritualistico. Cristo è venuto a salvare tutta la persona, non solo l’anima immortale. L’obiettivo finale del cristianesimo è la resurrezione dei corpi; la sopravvivenza immortale dell’anima è lo stadio penultimo della nostra realizzazione.
   Credere al vangelo è la misura: come possiamo noi, del XX secolo, ricuperare la mentalità, la sensibilità di Gesù? Come avere la forza, in una situazione storica come la nostra, di avere speranza, come essere capaci di dire “domani sarà meglio di oggi” quando tutto rischia invece di portarci a vedere grigiore, sconfitta e delusione? Eppure noi cristiani crediamo di essere operatori nella storia; non da soli, ma con Lui. Per questo impariamo a ragionare come Lui, per questo per noi conversione non significa un cambiamento filosofico, ma significa innamorarsi del modo che aveva Cristo di rapportarsi alla realtà. Rapportarsi a Dio, alle persone, ai problemi, con la sua sensibilità, con la sua libertà, con la sua generosità fino al dono della vita.
   E se dunque domenica scorsa la chiesa ci ha fatto riflettere sulla vocazione di ciascuno, oggi ci invita a dire “non sei ciò che sei, solo per te. Ti ho chiamato, hai fatto questa scelta: perché tu ti realizzi ma anche perché tu, con la tua forza, aiuti gli altri a realizzarsi”. Nessuno si sposa solo per la sua felicità, nessuno diventa quello che è solo per la sua felicità: è per questo, ed anche perché questa ricchezza fluisca, per il bene di tutte le persone che stanno attorno.
   E’ dunque un invito ad essere aperti: a tutto ciò che è trascendenza, a tutto ciò che è concretezza. Non si può andare in chiesa, pregare Dio, dimenticando che dopo questo Dio siamo chiamati a sbriciolarlo, come Cristo ha fatto, nella quotidianità. Non si può essere onesti in chiesa e disonesti nel lavoro. Non si può essere onesti in chiesa e maneggioni in politica. Non si può essere in chiesa limpidi, e chiamare l’altro fratello e sorella, e poi uscire da quella porta e disinteressarsi di coloro che hanno meno o sono meno nella società.
   Non è possibile. “Il tempo è compiuto”: tiriamo fuori le ricchezze spirituali che abbiamo.
   “Il regno di Dio è vicino”: convertiamoci. Impariamo da Cristo ad avere il suo modo di pensare le cose. Forse singolarmente non possiamo fare molto, ma insieme prevarremo sulle difficoltà della vita.
   Facciamo chiesa: insieme diciamo una parola nuova ad una società che sta cercando.

Pubblicato il 20/1/2006 alle 23.23 nella rubrica Diario.

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